FEMMINICIDIO ALLA FRAGOLA

Forse potrò essere smentito (ma non lo ritengo probabile) allorché attribuisco al romanziere americano Sinclair Lewis (1885-1951) il breve racconto cui sto per riferirmi che ho letto in età liceale.

Nell’orto passeggiano in una glaciale contiguità senza rapporto, un ragazzo che è l’incarnazione stessa dell’inibizione, e una che non  può venire altrimenti chiamata che “bella ragazza” o “jeune fille en fleur”, descritta per i seni straripanti dalla camicetta scollata e annodata in vita con comodo di ombelico.

Il ragazzo non sa che dire né fare finché – nell’orto in cui sono sbocciate fragole di  stagione -, “raptus” istantaneo, coglie da una pianticella una grande fragola matura e succosa, lussureggiante come la ragazza, e gliela spiaccica tra i seni, tra i quali colerà il sugo:
fine del racconto.

Io non ho riso allora né lo faccio oggi:
nel racconto non c’è differenza tra fragola e coltello, tra A e non-A, il sugo cola come il sangue.

Prima di Lewis solo Freud aveva saputo cogliere la contraddizione non argomentata, indifferente, banalizzata – una specie di contraddizione non presente all’intelletto  di Aristotele -, cioè la perversione.

Mi piace informare che Sinclair Lewis ha detto:
[Gli Stati Uniti sono] “il più contraddittorio, deprimente, emozionante Paese al mondo”.

PS

Ho già scritto che respingo l’idea di raptus:
il cosiddetto “raptus” sostituisce all’atto non lesivo del lapsus l’atto lesivo di un pensiero perverso, che è un pensiero già presente all’intelletto proprio come lo è il pensiero del lapsus.

lunedì 7 aprile 2014

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