CONTEMPLAZIONE CRIMINALE

L’articolo precedente verifica che “non di solo pane vive l’uomo” (non si tratta di alto e basso).

Fine del delirio di un “istinto di conservazione”:
oltretutto vivere per mangiare serve la conservazione individuale molto meglio dell’imperativo “mangiare per vivere”.

L’imperativo contiene la benché grossolana consapevolezza che la causalità naturale dell’organismo è inetta a farci mangiare:
ma anziché riconoscere questa verità sostituisce alla legislazione del principio di piacere un comando, fingendo che sia una legge naturale:
l’imperativo fa causa, non naturale.

Se il soggetto non prende la strada dell’obiezione al comando (anoressia), si sottomette ad esso (con soluzioni o patologie diverse).

Approfitto della lingua per far scoprire che l’osservanza del precetto sposta il soggetto a osservatore di esso ossia a suo contemplante:
l’imperativo diventa Oggetto come Oggetto di contemplazione (e via con la Mistica!)

In fondo, nulla di diverso dall’osservanza di una ricetta medica o dietetica, salvo che qui si tratta di osservanza di un imperativo morale,
o immorale, non cambia nulla:
è stato I. Kant a sostenere, ahimè persuadendoci, che la moralità dell’imperativo sta tutta nell’essere imperativo (“Devi!”).

Quando il comportamento sessuale segue il medesimo schema del “mangiare per vivere”, la sua legge è lo stupro:
del resto, c’è un modo di mangiare che lo ricorda;
astinenza alimentare e sessuale in quanto tali non correggono nulla, anzi la morale del sacrificio sacrifica.

Tutti gli Oggetti del Mondo dell’Oggetto obbligano allo spostamento contemplativo:
scopriamo così che anche nel peggiore agire siamo dei contemplativi!, anche Hannibal Cannibal come già Jack the Ripper.

L’Oggetto sublime diventa ineffabile:
non perché non sia dicibile, ma perché per dirlo lo dovremmo dire per quello che è, menzogna e inganno, anche piuttosto volgare.

Lo ripeto soltanto:
il corpo sottomesso all’Oggetto è il corpo sottratto alla cura del pensiero, pura natura, corpo vile, prigioniero del comando come potenza occupante:
mo “habeas corpus!”, chiamando il malato ad associarsi alla medesima intimazione:
è in questa associazione che una psicoanalisi riesce.

L’espressione “essere per la morte” di Heidegger si addice a questo corpo, e come morte eterna anche per chi crede nella vita eterna.

Non cambio argomento se osservo, sullo stesso terreno anzi sulla stessa terra – non indistinta ma senza dislivello tra terra e cielo – che per molti miei confratelli cristiani è inammissibile proprio quell’asserzione di fede che di questa è l’alfa e l’omega, ossia che Gesù sarebbe non solo risorto,
– fin qui avremmo solo un banale corollario dell’onnipotenza divina, come si dice “Lui sì che può!” -,
ma soprattutto asceso come uomo per il desiderio di restarlo come guadagno, il che significa, senza possibili e equivoci, con sensibilità-motricità-pensiero-linguaggio, che comportano il tempo.

Ho già scritto che l’idea di eternità senza tempo è solo un antico trucco speculativo per aggirare la questione dell’angoscia in quanto legata al tempo, ossia per promettere sì salvezza ma senza salute,
cioè Gesù sarebbe un divino idiota ossessivo con una concezione sacrificale anziché conveniente dell’amore.

Ciò che è degno di nota nell’asserzione, è il fatto che questa include, appunto come asserzione, la certezza della possibilità di una vita senza angoscia, legata come questa è al tempo,
– dire che Dio è eterno è dare la magra assicurazione solo per definizione che almeno lui non è angosciato -,
cioè la salvezza come salute, che è la meta coltivata da Freud:
il credente nel suo dubbio proprio sull’asserzione di fede, viene allora menomato del contenuto del credere, e dunque diventa un miscredente al quadrato benché in deplorevole buona fede.

La meta non è Oggetto bensì salute, la salus senza distinzioni, nuovo regime, dopo di che fac quod vis.

Freud amicus, non Plato.

Milano, 13 novembre 2007

 

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