VERITÀ E POTERE

Sabato domenica 16-17 gennaio 2016
in anno 159 post Freud amicum natum

 

Rimane attuale il libro del giurista Natalino Irti Diritto senza verità, 2011.

Certo non lo sottovaluto né lo vanifico se ometto di scrivere pagine e pagine, per correre invece alla mia conclusione di anni fa:
contrapponendogli comparativamente che il diritto è la sede o casa della verità, solo che non ci si sottometta più a un’idea di Verità lassù-lassù, ou-topica o da nessuna parte, relativa all’“oggetto”, che ha se-dotto senza attrattiva e senza guadagno l’umanità da millenni:
intendo invece la verità come il nesso d’imputazione tra un giudizio e un atto, al posto della tradizionale definizione della verità come adeguatezza dell’intelletto alla “cosa” (adaequatio intellectus ad rem, Tommaso).

Ciò corrisponde alla sostituzione della millenaria (Platone, Cratilo) idea del linguaggio come rapporto nomi-cose, con quella del rapporto nomi(= frasi)-azioni, un rapporto alla portata del quidam de populo, non di uno specialista, perché l’azione ha effetti manifesti e descrivibili che lo toccano.

Se la verità è quella di un’imputazione, la verità è giuridica e l’individuo ne è la sede:
che chiamo anche san(t)a sede, perché occorre psicopatologia, de-menza dal giudizio, per ritrarsi dal giudizio o verità (sorte comune e statisticamente prevalente).

Sede non interiorità.

Sottrarsi alla propria facoltà di giudizio imputativo è sottrarsi al proprio potere, che in fondo è l’unico che esista:
e in effetti la nostra Civiltà è negazione del potere, anche nella prepotenza (scrivevo in lontani tempi che “il buco tra l’impotenza e la prepotenza non è mai stato colmato”).

La fonte del diritto è l’individuo, anche se gli individui fossero una collettività di bastardi.

Ometto ogni richiamo alle mie pagine sul Diritto, rammento solo il mio Quid ius? Il regime dell’appuntamento, 2011.

Deduco da Freud i miei concetti, anche se oggi preferisco dire che il pensiero di Freud si distende sul letto del pensiero giuridico, anzi del pensiero in quanto giuridico, o antigiuridico.

Sfugge da sempre che “amore” per avere un senso deve essere il nome di un’imputazione.

 

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