SIRO E IRENE

Ho conosciuto due persone con questi nomi, sulle quali ho anche acquisito numerose informazioni biografiche:
col tempo sono pervenuto a parlarne con stima come di persone valorose nelle loro contraddizioni vistose, ossia di onore e valore in senso militare benché non propriamente bellico, con gli esiti di tante battaglie ossia parzialmente sfavorevoli;
non posso escludere che le mie relazioni con loro siano state lambite da quell’improbabile corrente che ancora ignorantemente chiamiamo “amore”.

Il cognome del primo era il mio medesimo, il cognome della seconda era un altro prima di acquisire lo stesso per via del matrimonio.

Per le tradizionali ragioni convenzionali li ho chiamati “papà” e “mamma”, proprio come capita a tutti sempre per convenzione e nulla più:
ricordo con piacere che mia madre mi chiamava spesso “pensionante”, con designazione corretta perché altro non ero benché con rispetto;
di mio padre ricordo con entusiasmo che a trent’anni, quando arrivai in ospedale all’ultimo momento prima che morisse, appena mi vide mi accolse esclamando “Come sei vestito bene!”

L’umiliazione dei genitori, foss’anche autogestita oppure mascherata nella superbia, è il trauma peggiore per un cosiddetto “figlio”.

Non avrei potuto dire che ho conosciuto queste due persone finché non sono venuto a capo della nevrosi che mi ha afflitto, anche a causa della loro, fino a ostacolarmi anche nella conoscenza:
c’è poca famigliarità nella famiglia.

Non apprezzo il patetico.

giovedì 28 gennaio 2016

 

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