LINCIAGGIO DEL PENSIERO

Nel Simposio della “Società Amici del Pensiero” dello scorso sabato 23 gennaio, Sara Kayal ha tenuto un intervento in cui prendeva le mosse da un lapsus in arabo, tra due parole foneticamente simili, la prima che significa “apostasia” la seconda “pensiero”, in cui la seconda prendeva il posto della prima:
mi ci sono collegato con il commento seguente.

Abbiamo storicamente ritenuto, con un errore comprensibile ma errore, che nelle religioni, e in modo aggravato nell’Islam, il pensiero sia sospetto perché potrebbe condurre all’apostasia (il che è largamente accaduto in Occidente nell’era moderna), che nell’Islam è un reato gravissimo:
non è così.

Il pensiero è sospetto fino a condannato perché prima di essere quello che potrebbe invalidare la fede (apostasia), è l’unico che avrebbe l’autorità di validarla, e proprio questo caso è intollerabile, fino alla pena di morte.

É ciò che dico da anni nella mia promozione della fede come giudizio di affidabilità (quando si danno le condizioni reali dell’affidabilità), cioè come atto del pensiero e non rinuncia al pensiero:
è l’atto del pensiero a venire condannato, in un linciaggio senza processo.

Nel giudizio di affidabilità (alle condizioni di innocenza e consistenza), pensiero e creduto sono giuridicamente omologhi, e proprio questo è inammissibile.

Il linciaggio del pensiero come autorità e potere è oggi avanzatissimo in Occidente, per una via diversa dalle religioni ma convergente:

la promozione del pensiero come giudice ha avuto Freud come unico santo non aureolato.

lunedì 25 gennaio 2016

 

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