CARNEVALE DELLE MINE VAGANTI

Ho sempre trovato sinistra l’espressione “è un gioco” o “è solo un gioco” pronunciata con un sorrisino:
non ho neppure mai apprezzato l’espressione “teoria dei giochi” dei matematici, da cui è venuta l’ideologia che il pensiero le sia riconducibile:
ho anche già obiettato al parlare di “gioco” infantile, visto il serio lavoro di pensiero che il bambino vi impiega, fino a sostenere che i bambini non giocano affatto salvo quando iniziano ad ammalarsi.

Un sogno recente mi dà l’occasione di parlarne:
vi compariva il “gioco” dell’autoscontro mondialmente noto:
in esso la violenza intenzionale è palese, limitata solo dalla moderazione tecnica del dispositivo:
non è il caso mite della boxe, in cui i pugili esercitano senza moderazione i pugni, ma la cui efficacia è ridotta da guantoni, paradenti, poche regole e rari interventi arbitrali.

L’autoscontro è non solo un esempio ma il modello stesso della mina  vagante, senza meta ma con un goal come nel gioco del tiro a segno o a sagoma:
è un gioco che si va diffondendo, come una militanza autogestita, senza tesseramento:
tragifatuità, carnevale (“ogni scherzo vale”) delle mine vaganti.

lunedì 7 dicembre 2015

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