GRANDE IN PERSECUZIONE

Per decenni fin dall’infanzia sono stato perseguitato, come tutti, dall’aggettivo “Grande”:
ma almeno, un po’ dopo i trenta, ho iniziato a sentire, oltre a fastidio, anche un senso di persecuzione, che poi ho analizzato cioè pensato:
non che “piccolo” sia meglio (“Piccolo è bello” mi ha sempre fatto schifo, Linus e Winnicott):
una volta dicevamo che gli opposti coincidono.

Ancora autobiograficamente, le mille galassie non mi facevano alcuna impressione, e la bella stellata andava bene come arredo del terrazzo, non per contemplare la “Grandezza”.

Poi il perseguitato si fa persecutore legittimato.

L’Islam, grazie al genio religioso di Maometto, ha fatto dell’aggettivo “Grande” un assoluto chiamandolo “Allah”.

Poi chissà, Linus potrebbe piacere anche a un musulmano terrorista nelle pause.

Ieri scrivevo dei militanti, una realtà abbastanza recente (moderna) a parte lontani precedenti:
questo concetto fa giustizia della lacrimosa distinzione tra musulmani moderati e musulmani estremisti, fanatici e violenti:
vale il detto di Mao, che il militante comunista nuota nel popolo come il pesce nell’acqua.

Non c’è di conflitto di civiltà:
nel peggio siamo tutti fratelli:
affratellati dal delitto del monoteismo (anche l’ateismo è monoteista).

Gesù non era monoteista (ma non l’ha spuntata, anzitutto nel cristianesimo).

PS

Che “Grande” significhi persecutore (Grand Autre) J. Lacan lo aveva chiaro, tanto da parlare di “conoscenza paranoica”  (connaissance paranoiaque).

martedì 24 novembre 2015

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