PACE E ANGOSCIA

Ho terminato con questa parola l’articolo precedente, riconoscendo nella “pace” che conosciamo la guerra civile ordinaria anzi banale:
è in questa che resta vero che “homo homini lupus” come descriveva Hobbes, senza guerra guerreggiata (almeno per un po’).

Ma non c’è bisogno che sia lupus, basta che sia animal perché l’odio sia sistemico, magari un animale carino, gattino o coniglietto:
l’animale umano peggiore è quello che si crede “grazioso e benigno”, la ferocia è nell’animale umano, Teoria dell’ uomo.

Nessuno aveva ancora definito la pace come affetto, e esemplificato l’affetto come la forma assunta dalla mano nello stringere la coppa, il che rende la mano esistente, non cadaverica:
l’affetto della mano la fa pensiero, amore della coppa.

C’è poi l’altro affetto, l’angoscia, la mano in pericolo senza cecchino, la cosa presa male, la mano sottratta al pensiero.

Ciò che dico della forma della mano vale per la forma della frase, materiale quanto la mano:
non solo la mano ma, nella frase, il simile, materiale quanto la mano e il bicchiere:
l’amore, se fosse, è materialista, e formale a un tempo.

L’angoscia ha di buono l’essere segnale di pericolo per la pace.

martedì 13 ottobre 2015

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