EMIGRATE!

Vengono a decine e centinaia di migliaia, e non lo domandano per favore, e non piangono, meno ancora piatiscono, e non invocano diritti umani, approfittano dell’“accoglienza” e dell’“amore” senza gratitudine:
semplicemente e praticamente vengono, anche scavalcando filo spinato.

Politici e giornalisti continuano a giustificare il fatto come fuga dalle terribili condizioni economiche e politiche dei paesi d’origine, ma si illudono:
una volta partiti quelli non tornerebbero indietro, e prima hanno fatto l’impossibile per procurarsi inarrivabili migliaia di dollari, e sapendo di rischiare la vita e stenti estremi, ma sono partiti:
sapendo anche di imbarcarsi con taxisti aguzzini e criminali ma taxisti e accettati come tali (siamo noi, contenti di avere dei colpevoli, a processarli come schiavisti).

Un’altra osservazione:
sopportano tutto, anche paghe da fame quando gli va “bene”, ma costatiamo che non sono affatto degli schiavi.

Riscontro nel fatto la pratica su scala mondiale della distinzione maggiore, che ci distingue come umanità, quella tra causa e eccitamento:
le condizioni anteriori non li hanno causati a emigrare, li hanno ec-citati o chiamati a emigrare, si tratta di vocazione esente da ogni significato religioso (non cristiano ma neppure islamico):
la differenza tra causa e eccitamento è che ci hanno messo la testa, il pensiero, potere senza alcun altro potere ma senza destino.

Questa vocazione è virtù, parola che in latino significa forza, non forza bruta.

Siamo noi che non emigriamo mai, non dico geograficamente ma culturalmente:
la terra del pensiero, del potere, in questo stupido tornante della Storia è tutta da riconquistare, come una terra o un Regno che non sembra avere un Signore che ci mandi.

PS

Per analogia che non forzo, rammento che c’è stata secoli fa un’emigrazione di massa introdotta dalla riforma giuridica che aboliva la servitù della gleba:
era l’emigrazione da servitù terrona della terra a classe operaia libera e cittadina:
e il capitalismo fu:
l’operaio inurbato, maltrattato e infelice, non era nostalgico del paesello in cui viveva come servo.

martedì 1 settembre 2015

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