UN FALSO IN ATTO PUBBLICO

Premessa:
un neologismo è un atto, che essendo linguistico è pubblico.

Un esempio di un tale falso è il neologismo (coniato in tempi immemorabili) “deflorazione”, che designa perdita:
che sia falso è un’evidenza, perché l’atto fisico di cesura dell’imene è un atto, per metafora, di inflorazione, risultandone ciò che, sempre con metafora gentile, è stato chiamato “piccole labbra” o anche, per l’appunto, petali.

Ma non c’è nulla che non faremmo pur di guastare ciò che abbiamo fatto in un primo tempo.

Ne è un altro esempio il rio destino della parola “f…”:
indubbiamente sgorgata dal labbro di un amante per onorare la sua amante con la metafora del fico maturo aperto, l’indomani è stata guastata come indiscrezione volgare quantunque tollerata.

Un modesto risarcimento si è prodotto negli anni ’70 (o almeno questa è la mia ricostruzione cronologica), allorché dal conio è venuto il neologismo “sfigato” con il significato di “sfortunato”:
esso risale un po’ la rimozione insita nella parola “deflorazione”.

Ma i vecchi tempi restano invincibili, o meglio noi facciamo l’errore di volerli vincere oppure riformare, mentre basterebbe lasciarli perdere senza incaponirsi:
lo dico rammentando una novella delle Mille e una notte, che parla in epoca di crociate di uno squadrone di vergini cristiane invincibili per i loro nemici musulmani:
ma una notte questi le sorprendono nel sonno violentandole, e da allora esse passano a imbelli sottomesse pecorelle:
meglio, sfigate:
la rimozione è potente, ma solo nel rendere impotente.

Questo mio facile discorsetto – a mite contenuto erotico senza erotomania né pornografia o pornolalìa – è solo un esempio di quanto sia facile il pensiero.

lunedì 13 luglio 2015

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