IL FIGLIO DELLA SERVA?

Da tempo desidero togliermi la soddisfazione di fare una briciola di quella “Teologia” che assolutamente non ho e che rifiuto come un antico errore sistematico.

Premesso che non c’è soddisfazione che di un moto, e non c’è moto che di un corpo,
e che posto un moto è posto anche il tempo, prima di quello cronometrico degli orologi svizzeri, cioè non sono kantiano,
risulta la seguente esclamazione del Padre osservando il Figlio-Gesù, uomo:
“E io chi sono?, il figlio della serva?”,
e si è ingegnato ad aggiudicarsi un corpo umano, lo stesso di Adamo.

Ecco il senso dell’“incarnazione”:
si pensi quello che si vuole di Gesù, ma è così – almeno narrativamente parlando, penso all’ascensione post-resurrezione – che lui ha posto le cose, ossia ha trattato come un guadagno permanente l’essersi fatto uomo:
oltre ad avere sempre rifiutato di considerarsi un “animale umano” sia pure divino.

Osserviamo che è ciò che viene operato da un bambino a partire dal pensiero:
l’organismo c’è già, ma il corpo-linguaggio se lo deve arte-fare,
e insieme si deve assemblare ad arte l’apparato fonatorio o clavicembalo linguistico:
né l’una né l’altra cosa gli deriva dall’educazione, dalla Cultura di cui quella è parte, dall’ereditarietà:
insomma si incarna.

giovedì 5 febbraio 2005

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