A BABELE SI PARLA PALAFITTIANO. “RAPHÈL MAÌ AMÈCCHE ZABÌ ALMI”

C’era una volta Nemrod (Genesi X, Inferno XXXI, il Nembrotto italo-dantesco), mitico re di Babele (Babilonia) e colpevole della confusione delle lingue.

Dante ci ha reso il servizio di fargli pronunciare una frase insensata e incomprensibile, a noi come a lui stesso:
Raphèl maì amècche zabì almi”:
ci serve a capire che per non capirsi non occorrono tante lingue, ne basta una sola:
in cui parliamo, non solo individualmente ma anche culturalmente, i dialetti patologico-provinciali Nevrosi, Psicosi, Perversione.

Nel suo dialetto solitario Nemrod sta sulla sua palafitta, come ogni altro:
ma, posto l’insieme della palafitte, come Capo ha inventato il Palafittiano, il dialetto dei dialetti, detto anche coscienza o comunicazione.

Ma non crederemo che il Palafittiano sia una lingua fantasiosa o mitologica!, è attuale e odierna:
in questi giorni esiste anzitutto in lingua francese, “Je suis Charlie”, subito tradotta in varie lingue:
ma anche i Musulmani parlano Palafittiano (in arabo, turco eccetera), con varianti oppositive magari duramente crepitanti ma senza novità.

Sollecitati da Freud, noi parliamo una lingua senza la mediazione del Palafittiano, il superdialetto che ci fissa ai nostri dialetti particolari, palafittici e asfittici.

PS

Da anni parlo dell’Ordine giuridico del linguaggio, la lingua non palafittiana.

martedì 13 gennaio 2015