q x 10ⁿ, O LA PUERILITÀ

Un recente articolo1 descrive bene la puerilità della Cultura, anche nella mente di scienziati:
“[…] la sterminata distesa di più di cento miliardi di galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle …”.

Ora, per concepire tanto sterminio di stelle mi basta immaginare di raccogliere dal suolo un pugno di terra, di segnarlo su un fogliettino come q (quantità), e di moltiplicarlo per 10ⁿ, con n abbastanza grande per quantificare tutti quei miliardi di roba:
che roba!, con tante luminescenze, che emozione! (come per l’albero di Natale).

Con la scorta di questo scientifico fogliettino non devo più designarmi “piccolo” in tanta “immensità”, e senza passare a “grande”:
semplicemente la coppia grande/piccolo non mi serve (come non serve alla scienza).

Designare tanta roba con la parola “universo” non ci sta, e posso riservare la parola uni-verso solo per quello dei miei simili, perché è la sola realtà di cui sia anche solo pensabile la uni-versibilità (che Kant chiamava “legislazione universale”):
mentre il preteso universo fisico è solo la risulta di un aggiustamento continuo che noi calcoliamo matematicamente come meglio possiamo, de-banalizzando così la banalità del pugno di terra ipermoltiplicato:
chiamiamo “scienza” la debanalizzazione del non-umano.

Quella della scienza è sì una debanalizzazione importante di quella banalità perfino stucchevole che chiamiamo “natura”, ma non la più importante:
basterebbe che viaggiando in quell’universo” miliardico, biliardico, triliardico, fantastiliardico, trovassimo anche solo col cannocchiale un biglietto da dieci dollari, per passare a una debanalizzazione meta-fisica senza più le vecchie stregonerie della metafisica:
economia e diritto sono la nostra meta-fisica positiva, umanità non natura:
la loro permanente e crescente separazione è l’ingiustizia.

Nella cantilena “Prima di essere animale razionale l’uomo è animale … Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo … Ogni istinto ha la sua sete di dominio”, sembra di sentire un Catechismo d’altri tempi ma più ossessionante e banale.

Quell’articolo termina con la chicca para-leopardiana “Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità”:
ma non c’è alcun centro, né fisico né umano né divino, come almeno da Copernico avremmo dovuto cominciare a pensare:
l’idea di centro è firmata da un demente già chiamato Narciso.

Essere puerili non è naturale, come non lo è essere stupidi, nevrotici, psicotici, perversi, criminali, come non è naturale l’intelligenza (sempre artificiale senza “intelligenza artificiale”), l’invenzione del vino, della benzina, dell’iniziativa e della partnership stessa cioè la virtù.

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1 Carlo Rovelli, Non possiamo non dirci naturalisti, Il Sole 24 Ore, domenica 14 dicembre 2014.

martedì 16 dicembre 2014

 

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