ELOGIO DELLA PLUTOCRAZIA (2)

Rincaro su ieri.

Senza ingiuria né presunzione verso la storia sindacale, ribadisco che il peggiore punto di vista sull’uomo è quello sindacale, rivendicativo:

in sede religiosa tale punto di vista è quello misericordioso, che fissa i miseri ossia li lascia tali nella realtà e nel pensiero.

Amare i poveri?, ma no!, non sono amabili, quando non puzzano si deodorano, e l’idea di de-odorante fa schifo:
siamo sempre alla natura, all’animale, cui viene sovrapposto qualcosa di sopranaturale come non-puzzo (magari divino?).

Se fossi un responsabile sindacale farei del Sindacato una scuola di economia, in cui inizierei (come già Marx) dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, per mostrare “Voi siete qui”, nell’area “povertà” della ricchezza:
“qui” cioè la topografia, o geografia politica, dell’economia politica.

Se fossi un Parroco (Dio non voglia) farei della parrocchia una scuola di economia, in cui commentare insieme alla Ricchezza delle nazioni anche i discorsi economici di Gesù.

Con un Sindacato come io dico, Marchionne si troverebbe davanti degli operai che di economia ne sanno quanto lui:
e non è detto che ciò gli dispiacerebbe, né che ciò danneggerebbe la produzione di ricchezza.

In principio non è la povertà ma la ricchezza.

L’espressione triviale “popolo bue” non è poi tanto banale, è filosofica, platonica e aristotelica:
il “popolo”, cioè povero anche intellettualmente, è caricato del peso dell’ “animale umano” filosofico:
il popolo non ha mai saputo di essere l’ente povero della filosofia (come si dice “il parente povero”).

giovedì 13 novembre 2014

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