La frase completa è:
“Non voglio che mi si ami, voglio che mi si tratti bene (J. Lacan [1] ).
Nel buon trattamento includo il caso che al risveglio mi si porti il caffè con una sigaretta:
celestiale!, quando a portarmelo non è il maggiordomo.
Ma la forma generale dell’amore, se è e quando è, è l’amicizia del pensiero, perché il pensiero fa il corpo cioè la legge di moto del corpo.
Quando questa legge è diventata patologica, l’amicizia si declina anzi coniuga come quella sua applicazione che è detta “psicoanalisi”, che è appunto trattamento:
non ho detto altro nei sei articoli che ho appena dedicato alla “Formazione dello psicoanalista”.
Non mi illudo che tutti gli psicoanalisti possano permettersi investimenti esorbitanti, ma auguro a tutti loro di almeno vagheggiare che il loro divano sia una “Paolina” di Canova:
anzi, uno psicoanalista è definito dalla “Paolina”:
rammento che Paolina, e il più celebre fratello, non erano degli aristocratici.
Tuttavia J. Lacan ha anche adottato l’amore platonico cioè “la teoria di una mancanza che si deve ritrovare a tutti i livelli”, ossia di amore (eros) figlio della miseria (penìa) e dell’accattone (pòros):
ma il trattare bene non risponde a una mancanza con relativa domanda, così come l’offerta non risponde a una domanda ma la genera.
Il contrasto tra le due frasi simultanee segnala anche l’inadempienza del cristianesimo e di ogni discorso amoroso:
infatti il discorso di Gesù è un discorso amoroso in ogni sua parte in quanto discorso intellettuale, parla dell’amore come forma pratica dellintelletto offerente non sofferente:
la sua proposizione maggiore “l’albero si giudica dai frutti”
– una metafisica per cui l’ente (l’albero) vale non per la sua essenza bensì per il suo prodotto -,
è una proposizione amorosa in virtù dell’offerta.
Niente di meno greco e di più moderno.
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[1] “Je ne veux pas qu’on m’aime, je veux qu’on me traite bien”.
giovedì 22 maggio 2014