IL GIOCO DELL’OCA

Sabato domenica 5-6 aprile 2014
in anno 157 post Freud amicum natum

 

Penso di avere giocato tutti o quasi i giochi d’infanzia, che erano di una sagacia e complessità di cui i videogiochi sono solo una semplificazione cioè un impoverimento.

Non sono difensore temporis acti, sto soltanto proponendo un test di regressione culturale:
è come se evocassi le favole dei Grimm a paragone delle favolette odierne.

Fra i tanti c’era il Gioco dell’oca, che non mi soddisfaceva e non perché perdessi, proverò a dire perché.

In breve, se anche si arriva alla “meta” (la casella 63) è solo per i dadi cioè il caso, ossia non c’è soddisfazione cioè meta:
ma anche i passaggi intermedi che sembrano vicende effettive in cui si perde o vince (le caselle dette “ponte”, “casa”, pozzo”, “prigione”, “labirinto”, “scheletro”), non sono vicende ma fatti del caso, insoddisfacenti.

Il caso è banale, lo è anche la necessità (so che su queste parole molti scriverebbero un inutile libro di trecento pagine):
ma c’è anche una terza evenienza della banalità, quella prodotta dalla perversione, che direbbe:
“Vabbé, tutto è solo un gioco dell’oca”.

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