“POVERINO!”

Cento volte abbiamo udito un adulto epitetare così un bambino, a volte con altre parole essendo questa giudicata troppo popolana:
sembra niente, poco più di un tic verbale, e proprio questo “niente” dovrebbe metterci sul chi va là.

Da bambino io ho ricevuto ausilio dai bambini dei Grimm (Hänsel e Gretel, Fratellino e Sorellina, I tre capelli d’oro del diavolo), di Perrault (Pollicino) e altri, forti, capaci, sette vite come i gatti che io in effetti avevo (ma ciò non mi ha difeso a sufficienza dal trauma psichico o del pensiero).

Questo epiteto, onnipresente con più varianti in letteratura cinema pubblicità psicologia scuola famiglia, è il principale veicolo della Teoria platonica della mancanza originaria (siamo figli della miseria e del vivere di espedienti), e della domanda d’amore che ne cade giù a rotolone.

Si parla da sempre del peccato originale:
lo incontriamo nell’umiliazione dell’uomo a partire dal bambino:
che sarebbe poverino perché non avrebbe pensiero, e proprio da qui parte la strage educativa degli innocenti.

Avvio così l’argomento della perversione (di cui al prossimo Simposio della “Società Amici del Pensiero”).

martedì 18 marzo 2014

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