NEVROSI. ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE PERDUTA

[Pubblico anche qui il testo di Maria D. Contri introduttivo al Simposio della Società Amici del Pensiero di sabato 18 gennaio 2014 a Milano.
“Nevrosi” denomina una categoria del pensiero – e non soltanto una casistica clinica – che la Cultura vorrebbe annullare.]

Nevrosi
Alla ricerca della pietra filosofale perduta?

di Maria D. Contri

Avvertenza

Quel che segue altro non è che un odg su cui avviare la discussione aperta dall’introduzione nei nostri Simposi del tema della rappresentanza, specificato come questione di una “prima rappresentanza” nel suo nesso con la psicopatologia.

É in gioco la definizione di uomo e del suo statuto.

É nota la tesi lacaniana secondo cui lo statuto dell’uomo non sarebbe ontico, ma etico.

Noi siamo qui a dire che lo statuto dell’uomo è giuridico.

É nota la definizione aristotelica secondo cui l’uomo sarebbe un “animale politico”. Ma l’uomo non è un animale che legifera la sua vita animale sublimandola in base a una teoria dell’essere, o a un’etica.

L’uomo è un costrutto assolutamente inedito che lavora alla produzione di forme di rappresentanza dell’agire in vista della soddisfazione dei suoi bisogni che liberino il moto del suo corpo tra altri corpi in vista della meta.

Nel suo lavoro Sigmund Freud ricostruisce le forme di rappresentanza dell’agire come moto a meta, prodotte nel tempo, ma insoddisfacenti, inibenti il moto, e fonte quindi di angoscia.

Ma, se la Cultura tende a spiegare questi insuccessi come dimostrazione del “limite” dell’uomo, della sua debolezza, bisognosa di un salvatore, Freud insiste nel proporre la prospettiva di un “lavoro di civiltà” da compiere, senza il quale “non possiamo dire come l’uomo sia fatto in realtà” .

Normalità della nevrosi

Nevrosi è quanto abbiamo di normale nella Civiltà, è “ciò di cui disponiamo ‘normalmente’ come normalità [1]. Una tesi come questa potrebbe sembrare provenire da una rassegnazione, depressa e deprimente, alla valle di lacrime cui saremmo condannati, un granello d’incenso bruciato sull’altare della teoria del limite umano.

Ma seguiamo Freud, pur tenendo conto delle sue concessioni alla valle di lacrime tuttavia progressivamente bruciate come scorie nel prosieguo della sua meditazione: Freud, infatti non è un fiore nel deserto, lavora coi materiali a sua disposizione, a partire dal punto a cui è giunta la Cultura in cui si è formato. In questo senso Freud lavora come lavora il nevrotico. Alla ricerca di soluzioni come fa il nevrotico, magari nella forma del sintomo, ossia di un compromesso che renda possibile la soddisfazione pur in presenza di forme non soddisfacenti.

Posto, ovviamente, che entriamo nell’ordine di idee di definire la nevrosi anzitutto come lavoro su lavoro – e su un lavoro di Civiltà dei cui prodotti giudicare in quanto soddisfacenti o insoddisfacenti –, e che ne distinguiamo la componente propriamente psicopatologica.

I due principi dell’accadere psichico

Due sono i principi dell’accadere psichico [2], scrive Freud, che presiedono al lavoro di Civiltà, due principi che definiscono i due tempi logici, più che cronologici, i tempi della logica giuridica.

C’è un primo tempo in cui uno “stato” dell’organismo, uno stato naturale che può venire turbato dall’irrompere dei “bisogni” dell’organismo, viene sussunto a livello dell’articolazione binaria piacere / dispiacere. D’ora in poi l’articolazione binaria piacere / dispiacere assume la rappresentanza dei turbamenti dell’organismo.

E c’è un secondo tempo in cui “L’apparato psichico ha dovuto risolversi  a rappresentare a sé stesso, anziché le condizioni proprie, quelle reali del mondo esterno, e a sforzarsi di modificare la realtà”.

É un “passo denso di conseguenze”, scrive Freud, un passo rivoluzionario potremo dire, una Aufhebung che merita di essere letta negli stessi termini in cui la usa Hegel,  un passo tuttavia insidiato dalle stesse ambiguità di significati di Aufhebung propri della lingua tedesca nella quale aufheben significa preservare e cambiare, cancellare, conservare e migliorare, e anche sublimare.

Un passo che potrebbe anche non essere fatto, un accadere che potrebbe non darsi – e si darà allora quella che chiamiamo psicopatologia precoce – o essere disdetto – e si darà allora perversione e psicosi.

Un passo che, in ogni caso, potrebbe venire registrato come perdita di sapere, come alienazione dalla naturalità dei bisogni e dall’immediatezza del loro soddisfacimento.

Il principio di piacere (e dispiacere) non è per Freud un mero principio omeostatico – anche se molte sono le concessioni che egli fa a una tale idea – che spingerebbe a un ritorno all’inorganico per azzerare spiacevoli turbamenti. E’ un principio che sanzionando con un giudizio uno stato o un’azione volta ad evitare dispiacere o a procurare stati piacevoli, non solo apre all’attività giudicante,  ma anche all’azione che mira a “modificare la realtà” [3] in vista della soddisfazione.

É il principio di piacere dunque a porre la meta, ad aprire al pensiero della meta dell’agire, e in questo senso è un passo rivoluzionario.

L’organismo preso nell’articolazione binaria piacere/ dispiacere diventa “corpo“, ossia organismo in moto verso una meta. I teologi parlerebbero di un caso di transustanziazione.

L’errore del pensiero competente e la “risulta” della psicopatologia [4]

Il passaggio al principio di piacere implica il passaggio a una logica giuridica, in cui il giudizio piacevole / spiacevole, soddisfacente / insoddisfacente non cade più solo  sugli stati dell’organismo, anzi del corpo, ma si trasferisce sulle azioni volte ad evitare dispiacere o a procurare piacere. E’ un caso di transfert.

Ma soprattutto l’articolazione binaria soddisfacente / insoddisfacente cade sui costrutti giuridici e costituzionali che regolano  il rapporto di un corpo con altri corpi.

Perché si parli di perversione a proposito di questo o quel costrutto non basta che se ne riconosca l’errore,  bisogna che sia stata sospesa l’applicazione dell’articolazione binaria piacere / dispiacere, ossia del giudizio. Ricordiamo come Freud riconosca la perversione nel mantenimento di un doppio giudizio, contraddittorio, sullo stesso oggetto.

La nevrosi, “forma” che “l’io-pensiero può darsi attivamente e inventivamente” [5],  nelle sue due versioni, quella isterica e quella ossessiva, resta invece ferma sul carattere insoddisfacente dei costrutti costituzionali che assumono la rappresentanza del rapporto.

Per questo ho scritto che Freud lavora come lavora il nevrotico. Lavora a partire dall’angoscia e dall’inibizione del moto a meta che un errato costrutto comporta, ma per disincagliarsi da un errore colto sempre nell’attribuzione di onnipotenza a un altro nel determinare l’orientamento di un individuo capace invece di orientarsi in proprio. A un altro rispetto a cui all’individuo non resta che porsi come oggetto disprezzato e rifiutato. Freud tiene ferma la barra dell’articolazione binaria piacere / dispiacere.

“La rivelazione fornitaci dal sapere del  nevrotico – scrive Jacques Lacan – non è nient’altro che qualcosa che si articola così: “non c’è rapporto sessuale” [6]. E per Lacan che non ci sia rapporto sessuale equivale a dire che non c’è rapporto, e che dunque non c’è moto a meta.

L’individuo per Lacan trova la propria rappresentanza in “un deserto che si ribattezza solo se viene fecondato” [7] dall’habitat fornito dal linguaggio. Alla patologia cui sono condannati i malbattezzati da un ordine che irrompe alienandoli dalla loro natura non si può allora offrire, come rimedio all’angoscia e all’inibizione, che una sottomissione non più coatta perché ci si è resi disponibili ad essa.

Al logorarsi angosciato nell’odio dell’isterica nell’immolarsi al potere dell’altro che sa in difetto di onnipotenza a soddisfarla, al dubbio angosciato e all’odio dell’ossessivo nell’obbedienza a una legge alla  cui onnipotenza regolativa non crede, la soluzione offerta da Lacan è quella della psicopatologia militata di una sottomissione all’onnipotenza dell’altro, all’insegna del “come se” che Freud rifiuta, di un semblant, di una finzione senza più principi.

La finzione è la nuova pietra filosofale offerta a quegli oggetti vili cui sono stati ridotti gli uomini, perché si trasformino in pacificati.

Non si parla più, in una prospettiva come questa, di guarigione.

__________________________

[1] G. B. Contri, Il pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico, Sic Edizioni, Milano 2008, p. 54.

[2] S. Freud, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, 1911, OSF, vol. 6.

[3] Ivi, p. 454.

[4] Riprendo qui il titolo del corso dello Studium Cartello dell’anno 2008-2009.

[5] G. C. Contri, Nota introduttiva a Marianna. Isteria. Lussuria senza lusso, Sic Edizioni, Milano 2013, p. 8.

[6] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, 1971, Einaudi, Torino 2010.

[7] Ivi, p.138.

venerdì 17 gennaio 2014

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