APOLOGIA DI CAPITALISMO FINANZIARIO

Do inizio a una nuova linea di pensiero, a mio rischio, avendo sott’occhio due articoli [1].

Anni fa a Parigi appariva questa pubblicità di moda:

Le succès des uns
est le bonheur des autres,

che è manifestamente una frase alternativa all’invidia, proprio come quella di Muhammad Yunus (ideatore del microcredito, Nobel per la pace 2006) è alternativa alla povertà:

Un giorno i nostri nipoti
andranno nei Musei per vedere cosa fosse la povertà.

Vero che non bisogna farsi illusioni sulla fine della povertà (e dell’invidia, ma intanto osserviamo la loro correlazione), ma neppure sulla povertà, ossia l’idea illusoria che la povertà sia un destino (“condizione umana”), magari un destino determinato dal Dio Egoismo.

La povertà (come l’ignoranza) è un prodotto, nel senso che bisogna andarsela a cercare, fino agli algoritmi della miseria (e dell’ignoranza):
ne abbiamo conferma in quel suo stretto correlato che è la psicopatologia, che se non coltivata cesserebbe come per “incanto”:
ho appena scritto un errore, perché l’incanto è nella psicopatologia, l’incanto di sirene brutte anche nel canto.

Il nome antico e inanalizzato “invidia” è stato troppo rapidamente sistematizzato come vizio morale individuale, anziché come linea politica subìta anche dall’economia politica:
rischio troppo se dico che la Microeconomia è una Teoria invidiosa dell’unica Economia?

Dall’altra parte, non necessariamente conflittuale, c’è il pensiero individuale (in sé universale, autonomo) di miliardi di uomini, un pensiero sempre più massificato (particolarizzato, eteronomo) perché microeconomizzato.

É solo un inizio.

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[1] Essi sono: Federico Rampini, I padroni delluniverso, Repubblica 30 dicembre 2013, e Aldo Cazzullo, La finanza non è il diavolo, Sette, supplemento del Corriere 3 gennaio 2014.

martedì 7 gennaio 2014

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