“TRASCENDENZA”

É una parola ritornata recentemente sugli schermi dell’attualità giornalistica.

La mia giovinezza è stata seviziata dalla parola “trascendenza”, ma in seguito per fortuna è arrivato Freud, quello che ha scoperto la trascendenza del corpo umano rispetto alla natura (ci sono voluti millenni di storia del pensiero, e ora siamo regrediti).

Lo dico da anni, è il concetto di “pulsione” come legge di moto solo umana (pensiero), positiva cioè posta, rispetto al delirio di un istinto come dato in natura:
in altre parole, per pensare la trascendenza non c’era più bisogno di guardare in cielo, bastava la terra come pensiero di una realtà sensibile.

Commento logico, non teologico né religioso:
la famosa “incarnazione”, che ha il mio pieno rispetto nonché assenso razionale, è avvenuta tra il trascendente della tradizione filosofico-religiosa detto anche “Dio”, e il trascendente del corpo umano, così che incarnandosi “Dio” non ha fatto altro che scegliersi uno habitat con-geniale:
il mito della creazione, anzi no, della generazione di Adamo come eccezione nella creazione della natura, altro non è che un mito o racconto del futuro anteriore di ciò che sarebbe stato “Dio” al meglio, ossia per stare davvero bene.

“Dio” ha creato e generato per portarsi avanti, per poi ereditare il prodotto del suo lavoro:
lo ha fatto per guadagnarci, e proprio questo me lo rende affidabile:
“Dio” o no, non mi fido di nessun kantiano, disinteressato e spassionato, s-pensierato.

Si comprende come il “Dio” biblico sia sempre furente con gli uomini, indubbiamente per come gli avevano ridotto lo habitat – uno habitat-abitante – che si era preparato:
se lo era preparato non già risolto, ossia con una irresoluzione iniziale che poteva poi venire trattata come feconda:
in fondo, chi l’ha detto che “Dio” significa “il pranzo è servito”?

giovedì 13 dicembre 2012

 

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