PRECONSCIO POLITICO

Approfitto dell’apparizione di questa nuova stellina del nostro piccolo firmamento politico, per introdurre non metaforicamente questo concetto di “preconscio politico”.

Anni fa ho spiegato plasticamente il “preconscio”:
specialmente sotto Natale da bambino, naso schiacciato sulla vetrina della salumeria, scrutavo le ghiotte cose che vedevo sì ma con solo apparente sapere su quelle “cose”:
infatti “preconscio” è il sapere apparente perché senza accesso (cioè potere), l’inaccessibilità essendo rappresentata non da una parete opaca ma dalla trasparenza (pornografica-cosografica) della vetrina:
dunque guardarsi dall’enfasi sulla trasparenza, come pure dai diritti umani come se questi dessero accesso:
assomigliano all’amore per i poveri (non dico all’amore).

I politici hanno, quando lo hanno, del preconscio politico, ossia non hanno potere (e peraltro vivono di vetrina):
quando lo hanno cioè poco (non più del 5% scrivevo), meritano il rispetto dovuto al politico, che io gli tributo.

Che i politici abbiano, aldilà del loro naso sulla vetrina, poco potere, non è una cattiva notizia, al contrario:
il poco che gli tocca, quando gli tocca, è quello di favorire le condizioni in cui possano operare cioè potere i soci di quella società:
si è mai visto?

Ma attenzione!, non sto connotando il politico né ogni socio con l’impotenza:
ciò è vero ma solo nella prepotenza, che non è che la continuazione dell’impotenza con altri mezzi.

Questa è solo un’aggravante dell’aforisma di Carl von Clausewitz, “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”:
due frasi che descrivono largamente le nostre vite personali, di noi non come privati ma come soci-politici di quella società.

mercoledì 11 dicembre 2013

 

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