AMORE COME SFRUTTAMENTO

“Sfruttamento” è una parola di infelice destino ottocentesco:
dico invece “sfruttami” come “amami”.

Chi mi s-frutta trae frutto dal mio precedente lavoro mettendoci il suo:
è un caso di valorizzazione, di produzione di valore:
nel qual caso io s-fruttato starò meglio di prima.

Lo “sfruttamento” moderno è (vedi Marx) non lo s-fruttamento bensì il lavoro salariato, cioè non solo il fatto che il salario è basso, ma anzitutto il fatto che il lavoratore non è un socio, partner, che è l’unico caso in cui la parola “amore” potrebbe iniziare a introdursi:
ma non è sfruttato, è vanificato.

Per la verità, qui ho appena commesso un lapsus di scrittura:
“venificato” anziché “vanificato”:
questo lapsus ci sta e bene, e come verità, perché in umanità nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto ciò che è negato si venifica, e il veleno scorre come il sangue.

Faccio osservare che sto parlando allo stesso tempo:
sia della più pesante obiezione psicopatologica, s-fruttato o s-fruttatore l’altro ci guadagnerebbe, ne godrebbe, cioè l’invidia,
sia del fatto che socialmente al tradizionale sfruttamento capitalistico è subentrata ormai la disoccupazione di massa (donde la cattiva idea del salario minimo, che nulla ha a che vedere con la medicina uguale per tutti).

Ce l’ho sempre avuta con Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901):
il popolo non è buono.

giovedì 12 dicembre 2013

 

THINK!

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