POVERA VOCE

É il titolo di una canzone [1] .

Una mia cliente, avendo avuto la sorpresa di udire la propria voce registrata, ha formulato l’improvviso pensiero “Come può sopportarla il mio fidanzato?”

In questa esperienza della propria voce, a me nota fin dai vent’anni, alla mia uditrice ho fatto notare che aveva saltato un passaggio:
infatti è comune esperienza la percezione della propria voce come estranea e non gradevole, ma questo sentimento sfavorevole non viene sottomesso a processo:
in più la mia cliente è passata senza intervallo a dare applicazione a lei dannosa della “povera” voce.

Quando si celebri il processo lo si scopre come di secondo grado o d’appello successivo a un primo iniquo, in cui i propri primi passi – frasi con voce, pensieri, cioè il principio di piacere – sono stati giudicati male (molti ne sono i modi):
poi questo primo giudizio acriticamente assunto si installa come fosse proprio pensiero.

Ma bisogna fare attenzione, il giudizio iniquo è di illegittimità (giuridico), non riguarda il contenuto (morale) (tornerò domani sulla legittimità).

Dopo il processo iniquo accogliamo male ciò che viene da noi stessi, anzitutto il pensiero fino alla paranoia.

Su un punto l’iniquità ha dato un torvo contributo:
il mio primo pensiero, con la sua voce, è per me reale come tutto ciò che è reale (vedi Io vengo dopo, martedì 10 settembre).

Povera voce!, di cui Freud ha scoperto la riscattabilità inventando la psicoanalisi.

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[1] Quando scriverò di questa canzone dirò di anni della mia storia (riguardante molti).

giovedì 3 ottobre 2013

 

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