L’AMICO ATEO

C’è stato un tempo in cui a molti ecclesiastici piaceva avere l’“amico comunista”:
oggi, scomparsa la storica materia prima, resta fuligginosamente l’amico ateo, prima Eugenio Scalfari (con Papa Francesco), ora Piergiorgio Odifreddi (con Papa Ratzinger).

A me non potrebbe neppure venire in mente perché sono già ateo io, ma attenzione perché io sono anche credente:
contraddizione?, bisogna vedere.

Dissolvere la contraddizione non è difficile, anzi, ma restiamo impacciati o perplessi (tornerò su questa parola) nella storica con-fusione sulla “fede” intrattenuta e ossessivamente perdurante da secoli.

Basta riattivare la magnifica operazione logica, non fideistica, compiuta dal Credo di Nicea (325), in cui sta scritto:

Credo in un solo Dio: [due punti, ndr] Padre …
Gesù(-figlio) [notabene la precedenza, non osservata da Dante, ndr] …
Spirito …

Si nota che qui “Dio” è soltanto una parola del vocabolario, una convenzione linguistica che designa non un ente in cui credere (“Credere in Dio” è una proposizione priva di senso per credente e miscredente), bensì una terna di enti co-relazionati per ognuno dei quali vale il suo nome proprio, indipendentemente dalla convenzione linguistica “Dio”:
e dato che l’informazione sul primo e il terzo viene dal secondo che pretende di conoscerli in diretta, anche Gesù è ateo e areligioso (come me):
e poiché Gesù li presenta come partner, gli si applica il detto “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

Ecco ristabilito il nocciolo del Tizio chiamato “Gesù”, che è un nocciolo di pensiero:
1° il suo pensiero stesso professato nei libriccini detti “Vangeli”, 2° supplementato da lui stesso del concetto “Padre”, 3° e del concetto “Spirito”:
posto che nell’un caso come nell’altro riusciamo a cogliere il concetto (o negarlo).

Fin qui la fede non c’entra, trattandosi di pensiero chiaro e distinto, che però non è mai stato ben chiarito né ben distinto:
la fede comincia a entrarci solo quando si tratta di assumere “Padre” e “Spirito” come persone con individuali realtà:
ricordo appena ciò che ho già ripetuto, cioè che questa credibilità riposa tutta e solo sul giudizio razionale di af-fidabilità del pensiero di Gesù, e non sulla fissazione umana a credere qualcosa magari chiamandola “Dio”, e senza mai sapere che cosa significa “credere”:
poi nella confusione ci si butta sul “mistero”.

Basta questo per annotare che Islam e Cristianesimo non hanno nulla in comune, e che la favola dei tre anelli è solo una favola stupida e mistificatoria per accomunare dei co-fissati.

Appena conosciuto (1968) J. Lacan gli sono stato subito grato per avere impostato la questione del significato o concetto della parola “Padre”, in quanto questione almeno bimillenariamente rimasta inevasa, anzi neppure posta (la storia del cristianesimo non ci fa una bella figura).

Diversi anni prima egli aveva narrato che in una certa circostanza aveva cercato ricorso – si trattava certamente di angoscia – nella lettura del De Trinitate di Agostino, restandone insoddisfatto (leggendolo anch’io ho scoperto perché).

A sua volta J. Lacan ereditava da Freud, il primo uomo che ha trattato con serietà la parola “Padre”.

Del concetto di questa ho già scritto in proprio, non potendo ereditare da J. Lacan:
che però ha riconosciuto che “il Padre di Freud è il Padre del Padre Nostro”.

giovedì 26 settembre 2013

 

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