C’è un fatto che sarebbe frivolo considerare solo curioso, perché invece è contraddittorio, drammatico davvero, l’unico dramma senza isteria, la quale non riconosce affatto la contraddizione:
esso è che la nostra prima “resistenza” non è al nemico malvagio, né a quello che getta gas nervino né a quello che vuole imporre la sharìa, ma al proprio pensiero stesso:
è la paranoia della vita quotidiana, che arriva fino alla psicosi paranoica.
La paranoia non è avversione verso altri bensì verso il proprio stesso pensiero, la prima rappresentanza, che poi riappare proiettato su altri (“è stato lui!”, “che vuole da me?”).
Ed eccoci alla coscienza:
costituitasi la resistenza come ostilità al proprio pensiero, non solo la coscienza non può fare nulla, ma diventa l’agenzia dell’ostilità:
non c’è coscienza amica, ma solo pensiero amico.
La coscienza è l’io che non viene dopo, miseria superba, puzzolente Narciso testimonial dei deodoranti (anche intellettuali).
Il sapere è tutt’altra cosa (“lo so” e non “sono cosciente”), perché tra altre cose è anche sapere sulla coscienza, del quale la coscienza non vuole sapere, e nella sua ignoranza si erge a Tribunale:
a voi di individuare i vari Tribunali della storia, non quelli predisposti da una Costituzione.
Ne uccide più la coscienza che la spada, coscienziosa anch’essa.
venerdì 20 settembre 2013