ERO UN CRIMINALE

Da bambino, un bravo bambino davvero, ero un criminale:
buttavo sassi dal cavalcavia, ero abile a fabbricare bussolotti di carta con punta metallica che sparavo nei finestrini del tram, incendiavo cantieri (una volta sono intervenuti i pompieri):
dico criminale, non selvaggio (non esistono selvaggi).

Nulla a che vedere con la criminale-stupida ideologia psicologica dell’aggressività.

I miei coetanei erano esenti dalla mia criminalità, salvo due casi in uno dei quali mio padre ricevette la visita dei carabinieri.

Poi è accaduto qualcosa:
non sono diventato ancor più bravo bambino, della serie “certe cose non si fanno”:
bensì ho iniziato a entrare nell’ordine (giuridico) del passaggio dal simile, potenzialmente esposto ai miei sassi, al prossimo-compagno-partner:
per Caino, Abele era solo un simile, non un partner o prossimo (campi separati).

La guerra è affollata di simili senza prossimo, e così la massa-gruppo).

Il celebre “esse est percipi” di Berkeley, cioè l’essere del simile, è aperto all’omicidio (altrui e proprio).

La psicoanalisi produce prossimo.

L’amore non è amare il prossimo, bensì produrlo come prossimo prossima compresa:
ai giorni nostri è cosa rara.

mercoledì 10 luglio 2013

 

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