VANITAS VANITATUM POLITICA, O QUAQUARAQUA POLITICO

Per chi non lo sapesse, vanitas vanitatum è la traduzione latina tradizionale delle prime parole del Qohelet (già “Ecclesiaste”):
penso alla frivolezza maniacale.

Ogni giorno leggo giornali e ascolto telegiornali TV e talk show (ma so cambiare canale), per risentire chiacchiere sulle tasse e in particolare sull’IMU (la tassa sulla prima casa)
– chiamo “chiacchiere” sbattere l’acqua nel bicchiere orale, ossia essere disoccupati proprio nell’iperoccupazione motoria e nella verbalità come un semplice caso di motricità, sbattere la lingua come sbattere l’acqua –:
sono chiacchiere non in opposizione alla realtà, ma come il reale fine ultimo di questa politica (ecco una verità politica):
quelli che insistono sull’IMU sono più lungimiranti dei loro fini elettorali, sostengono la linea politica della vanitas politica, quaquaraqua, ossia che non deve accadere nulla.

Sarebbero più seri se dicessero che non può accadere nulla, perché annotare un’impotenza potrebbe socchiudere una porta:
non che a “sinistra” vada meglio, vedi quelli che delirano sulla TAV come stupro della verginità della natura:
mi viene da parlare come Lenin che qualificava l’estremismo come malattia infantile.

C’è chi direbbe “cose da Italia”, ma non sapendo che cosa dice:
l’Italia è già stata all’apice mondiale del progresso regressivo:
se esistesse un premio Nobel per la malignità, lo conferirei a Mussolini (prima che a Hitler che ne è stato semplice discepolo) per il suo discorso come appeal o vocazione di massa:
in paragone, la parola “populismo” è debole.

La mia stima per il lavoro psicoanalitico risiede nella sua facoltà di distinguere tra la realtà passivamente massacrante della chiacchiera, e il reale sempre in attesa di venire introdotto dalla riabilitazione del pensiero come ius.

Da qui prima o poi passerò al capitale finanziario.

martedì 7 maggio 2013

 

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