L’IPOCRISIA DEL CONTENITORE

Sabato domenica 4-5 maggio 2013
in anno 156 post Freud amicum natum

 

Interessa la categoria, e l’intelletto discorsivo che l’ha prodotta, non l’applicazione d’epoca (“scribi e farisei”):
l’ipocrisia, peccato del giudizio, è il contenitore (“sepolcro imbiancato”) la cui operazione è la produzione di scarti (“ossa di morti e putredine”), che tali non sarebbero fuori dalla loro forzatura o sequestro nella categoria risultante di contenuti:
osservo che la parola “ipo-crita” è costruita come “ipo-dotato” o “sub-normale”.

Fa coppia con l’incarcerazione del merito nel metodo.

Nella rimozione il rimosso passa a contenuto di una sistematizzazione, che non ha altro fine e interesse che di contenerlo sequestrandolo:
molti discorsi non hanno proprio nulla di interessante a parte questa funzione ipocrita (sottolineo “funzione”).

Ho ripetuto recentemente che il buon abito presenta non contiene il corpo:
così come la buona frase presenta non contiene un soggetto.

Il contenitore sequestra, ci vuole habeas corpus.

Dalle stalle dell’ipo-crisia alle invidiose stelle impotenti del super-io.

PS

Comprendo perché a me bambino piaceva la casetta commestibile di Hänsel e Gretel, e perché sono sempre andato pazzo per i panini, in cui il contenitore differisce dal contenuto per qualità non per funzione.

 

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