FRANCESCO

Sabato domenica 16-17 marzo 2013
in anno 156 post Freud amicum natum

 

[Posto Francesco Primo, raccolgo sette miei pezzi di sul primo Francesco, un laico come me.]

MARX E FRANCESCO, UOMINI DI PENSIERO

Per intendere la “povertà” di Francesco d’Assisi bisogna fare un salto a circa sei secoli e mezzo dopo, a Lavoro salariato e capitale di K. Marx, 1849, antecedente di Il Capitale.

In Francesco “povertà” non ha il significato generico di tirare la cinghia per acquisire meriti (masochismo morale), né quello sarcastico di uguaglianza nella miseria (masochismo politico):
significa precisamente rifiuto del salario per il lavoro, e ancora più precisamente rifiuto dell’equivalenza lavoro = forza-lavoro, e poi forza-lavoro = merce con equivalente monetario come ogni merce.

Un rapido identikit di Francesco:

1. nella sua laicità, non solo voleva che i suoi seguaci fossero né preti né monaci, ma anche che non avessero il clericalismo ancora odierno che distingue sapere alto da sapere volgare;

2. voleva un’identica regola per uomini e donne, dunque laici anche le donne (su questo punto le resistenze a Francesco e Chiara sono state violentissime);

3. pur non pronunciandosi, era contro il massacro dei Catari di quegli anni;

4. era contro le Crociate e la guerra di religione antimusulmana;

5. e not least, come ho appena detto, era contro la concezione e la pratica del lavoro in quanto salariato (“povertà”):

non si è speso in vani pronunciamenti contro la proprietà privata, ma si è pronunciato attivamente-vocazionalmente contro il salario in quanto asservimento privato del lavoro.

Risulta, come lo stesso Francesco prevedeva (o più semplicemente constatava), che non pochi degli assisani facoltosi hanno reagito brutalmente a quegli arroganti facinorosi che rifiutavano il salario:
era un mondo intero a venire messo in crisi (come Francesco voleva), e senza “tirate” morali sul denaro come sterco del diavolo:
in fondo, almeno alcuni capivano che non era modestia forzosa il parlare di privilegium paupertatis:
tanto più che fino al giorno prima quegli arroganti erano facoltosi e colti come loro.

Faremmo bene a pensarci in anni in cui diminuiscono salari e salariati, e senza speranza di inversione della tendenza (illusione intrattenuta da ogni Governo, fin che dura).

Ecco un’idea, che il lavoro è impagabile, non ha prezzo:
equivalente alla frase “non ho servi ma amici”.

Finisce per risultare che in ultima analisi il lavoro è uno solo, che nel lavoro umano non c’è alto e basso, superiore e inferiore:
ecco una nuova scoperta sulla legge di moto umana detta “pulsione”.

Francesco è stato un uomo di pensiero.

[Aggiunta di oggi sabato 16 marzo 2013]

Che significa lavoro senza salario?:
significa essere mantenuti senza essere schiavi, ossia uno status giuridico inimmaginabile.

martedì 13 dicembre 2011


ANCORA FRANCESCO

Vedi e rivedi ieri.

Il modello di Francesco è la parabola dei talenti (e delle mine):
il “servo” non riceve un salario dal “signore”, e quest’ultimo non vuole neppure sapere che uso viene fatto dei talenti, gli importa solo il risultato:
per l’esattezza “servo” e “signore” sono dei Soci di una Società di Soci, con un compenso non salariale.

Francesco voleva eremiti – abitanti monolocali a metratura variabilissima compresa Versailles, con due uscite –, laici non definiti da voti religiosi né da status coniugale, cioè prima di ogni sistematizzazione.

Andava un po’ troppo lontano:
tanto più che una Chiara laica, eremita, single, proprio non poteva venire sistemata.

Dell’eremita, uno psicoanalista è un esempio insospettato.

14 dicembre 2011


IL CLERICALISMO DEL SACRO

Sono dispiaciuto di dovere dare torto a Eugenio Scalfari, la cui considerazioni seguo spesso con interesse.

In questo caso Scalfari si porta latore di un equivoco che peraltro condivide con i clericali:
infatti il suo articolo è intitolato “Una Chiesa che scambia il sacro col profano” (Repubblica, 13 gennaio).

Ma non è questo il clericalismo, bensì quello – trasversale a tutte le fedi o non fedi, alle Chiese, ai Partiti, alle Culture – che confonde, anziché distinguerli radicalmente, sacro e santo.

In ciò erano già clericali i Greci – clericali della Teoria e dell’Epi-stéme, cui pochi hanno accesso –, e con loro molti altri.

Il clericalismo nella storia del Cristianesimo è iniziato con la coniazione della parola e ossimoro “sacro-santo”.

“Sacro” significa il limite di un recinto, off limits, quale che sia il contenuto del recinto, non necessariamente religioso.

“Santo” si riferisce solo a un individuo, mentre “sacro” si riferisce a una “cosa”, e una cosa astratta e generica, sovrastante e sovrapposta, tanto che si dice “Il Sacro” cioè un Oggetto tra i tanti di cui sto facendo l’inventario:
tra i quali “La Madre” distinta dalla donna, “La Donna” ostacolo alla donna, in cui colgo il prototipo del “Sacro”:
“La Madre” e “La Donna” sono degli avatara del clericalismo:
il clericalismo è la notte nera in cui tutte le vacche sono nere .

Non c’è dunque “Il” santo, ma un santo:
un santo è uno che non ha sacro, non uno che supera dei limiti, che trans-gredisce, meno ancora un clastico né un vandalo sia pure per “superiori” motivi, bensì uno che limiti non ha anzitutto nel suo pensiero:
non ha un pensiero (ossessivo) a scomparti o “sfere” (fate voi l’elenco delle vostre sfere: lavoro, sesso, tempo libero, privato, pubblico, pensiero ridotto a sfera esso stesso, teoria, pratica, dire, fare, …).

Un santo è uno che si prende a tal punto come fatto “a immagine e somiglianza di Dio” da non avere bisogno di Religione né Teologia, che sono due “sacri”.

Mi piace il Diritto (cui ne ho aggiunto un altro non “naturale” bensì positivo) perché è l’unico discorso esente dal sacro:
infatti, vero è che solo il Magistrato è autorizzato a dare effetto esecutivo ai suoi atti di giudizio, e che dunque c’è un limite invalicabile per ogni altro cittadino, però solo quanto agli effetti e non a tali atti, ma nessun cittadino è pregiudizialmente limitato nel pensare competentemente il Diritto anche nell’efficacia.

Siamo clericali anche nel non concederci di pensare un primo Diritto, restringendoci al Diritto naturale o ai diritti umani.

Un Santo che apprezzo come tale è S. Francesco per l’illimitatezza del suo pensiero, benché la sua dubbia e censuratissima biografia si sia premurata di ricondurlo ai limiti (non perché feroce “fraticello”).

Il sacco da lui indossato con illimitata iniziativa estetica dopo spogliatosi in Chiesa e in pubblico, fa di lui il massimo snob della storia umana, tanto che Armani e prima di lui Vivienne Westwood avrebbero potuto prenderlo come Santo patrono (con nulla di punk né hippy).

Il pensiero pacifico di “sorella morte” è alternativo al pensiero tradizionale della morte come limite, quel limite da cui scoccherebbe la scintilla dell’esigenza del “divino”.

Infine quella “povertà” che è presentata, non a torto, come il suo marchio di fabbrica – però marchio di sacri-ficio, ancora il sacro –, designa la possibilità del non-limite nella relazione con l’altro:
penso che Francesco esplorasse la povertà come risorsa, non come una prerogativa quale la ricchezza già data benché opposta ad essa, ma come povertà di prerogative ossia di pretese nello stabilire una relazione:
non si tratta di un’indesiderabile indigenza, derivante dal ricevere la carità anziché farla (oblatività a rovescio), bensì di una massima come “Disponi le cose in modo tale che sia un altro a poter fare la prossima mossa, senza scontrarsi con il limite precostituito dalla tua prerogativa”:
“mendicante” non è l’idea giusta (al mendicante non si risponde con una mossa, come peraltro lui non ne fa):
nella non-pretesa si offre affidabilità per l’iniziativa non pretenziosa dell’altro.

Da anni parlo del “talento negativo” come della povertà proposta, e praticata, dallo psicoanalista.

17 gennaio 2008


“TRA ME E DIO”: IL SANTO OSSIA IL PERMESSO, E LA CENSURA

Vivo alla giornata: infatti ho appena appreso che questa espressione “Tra me e Dio” che ho evocato (in “La fissa della morte”, Think! lunedì 16 febbraio) ha fatto effetto, tra credenti come tra miscredenti: vediamo.

San Francesco è passato alla storia, come già Gesù, come un Sant’Imbecille o un San Cretino (già detto: crétin da chrétien), ambedue espropriati del pensiero:
è ciò che mi ha fatto dire che la crocifissione continua da una ventina di secoli, a parte quel primo episodio, deplorevole sì ma comprensibile (a condizione di comprenderlo).

Quanto a Francesco, se ne è fatto l‟idiota della povertà, mentre la sua “povertà” era già ciò che ho chiamato “talento negativo”, intelligente passaggio dialettico per la produzione di ricchezza tra un S (soggetto) e un A (altro soggetto), partner:
è il pensiero san(t)o, già detto pensiero di natura, in particolare non paranoico: ne ho derivato il mio “eremita”:
tra le nefandezze della storia c‟è la clericalizzazione o pretizzazione dei francescani, laici per pensiero nonché volontà del fondatore.

A proposito degli insensati bavardages sulla morte in questi mesi, nelle opposte partigianerie, rammento la notizia biografica sulla morte di Francesco:
egli si è fatto distendere nudo sulla nuda terra nel mese di ottobre 1226, mese non caldo, anticipando così la propria morte, con risparmio di pena, di giorni o settimane o forse mesi, con il sopportabile costo di un freddo anestetico, rozza morfina d’epoca, letale nel caso di Francesco:
l’avesse fatto un altro gli si sarebbe stata imputata l‟associazione di suicidio e eutanasia, e poiché i seguaci lo hanno assecondato, avrebbero potuto venire imputati di concorso in omicidio:
ciò egli faceva “tra me e Dio” senza comando né autorizzazione, cioè in regime di puro permesso non richiesto, o di iniziativa.

Ora, do solo un‟indicazione elementare:
io gioco a “Padre” (non il papà, grazie a Freud, bensì il Padre del “Padre nostro”), ma non gioco più alla puerilità di “Dio” (di cui “Padre” è solo un predicato, ma allora Babbo Natale come ridicolo Sommo Papà), anche sapendo che poi finisce in un lutulento “Mistero”, non solo infantile ma anche imbroglione.

Parto dal sapere che di “divino” c’è solo un dato palese, osservabile nella sua efficacia:
è il pensiero, legislativo in quanto tale, l‟unica trascendenza certa rispetto alla natura:
il nostro corpo ha moto solo grazie alle sue leggi positive ossia poste per competenza individuale:
so che mi si fa obiezione, osservo soltanto che questa obiezione abolisce ogni concetto di moralità (imputabilità).

Il pensiero superiorem non recognoscit, non perché non vuole ma perché è già “divino”, e proprio per questo si sottomette al divino (pensiero) quando lo incontra, lo incontra degnamente intendo.

Nella mia miscredenza dialettica non sono ateo, anzi essa è la condizione per non esserlo, e insieme per non essere religioso:
semplicemente, non rifiuto preliminarmente di incontrare e riconoscere uno prima di me di cui io sia “a immagine e somiglianza”, se prenderà l‟iniziativa di farsi vivo:
e non avrò la puerilità, o peggio, di cercare le “prove” della sua esistenza, perché potrei offenderlo (io non permetto a nessuno di provare la mia esistenza).

Il significato dei predicati “onnipotenza” e “onniscienza” resta da assegnare, con sorprese.

Quanto al predicato “amoroso”, escludo che significhi filtro d‟amore divino (innamoramento).

In conclusione, che io me la veda “tra me e dio” è il minimo della dignità, della moralità, dell’amore, una relazione che superiorem non recognoscit.

Resta da aggiungere che, Papista come sono, neppure la Chiesa – come già la Società e il Partito – ha giurisdizione nell’ambito dei miei commerci con Dio, sul “tra me e Dio”.

E ciò iuxta propria principia, non quelli della natura (B. Telesio) bensì della Chiesa:
infatti in caso diverso non esisterebbero i Santi, che tali sono perché liberi commercianti con Dio, nei quali commerci non domandano permesso alla Chiesa, e non ne attendono comandi (né educazione):
il santo non è qualificato dall’obbedienza ma dall’iniziativa: un santo non chiede permesso, semplicemente se lo prende senza comando né proibizione, e non per disobbedienza ma perché nel caso questi due casi non si danno.

Così riqualificato, il san(t)o è l’unico oggetto della censura, che colpisce solo il metterci del proprio.

Ossequio la Chiesa per il suo riconoscimento, almeno in linea di principio, dei Santi, pur che si riconosca che il santo è un’eccedenza inattesa rispetto alla Chiesa stessa (non è in programma):
il san(t)o non ha marchio, punzone da FIAT, sia pure per fiat voluntas tua:
la Chiesa non ha giurisdizione su “tra me e Dio”.

Il santo non è un bravo ragazzo.

A qualcuno sembrerà comico che io dica che sono psicoanalista proprio come un tale libero commerciante con “Dio”, il che Freud ha fatto prima di me.

24 febbraio 2009


SNOBISMO E DISOCCUPAZIONE

C’è stato una volta un inatteso e disconosciuto snobismo:
ma d’altronde, come chiamare diversamente il gesto di spogliarsi e vestirsi di sacco in pubblico, nel Duomo di Assisi, da parte di Francesco d’Assisi?:
Armani dovrebbe prenderlo nel suo marchio come testimonial assoluto.

“Poverello”?, questa è diffamazione:
ne fa un disoccupato, per di più volontario cioè un ozioso spirituale con i pidocchi, o un clochard masochista drogato:
buono-pio-santo-cretino (rammento ancora che crètin deriva da chrètien).

Sappiamo inoltre che era seguace di un precedente simile, di un simile precedente, Gesù:
non solo un forte intellettuale irritante, ma uno snob insopportabile:
mi accontento per ora di segnalarne l’abito da fare invidia al suddetto Armani, come pure il fatto di dormire nella tempesta mentre gli altri si davano ai pesci:
non l’hanno ammazzato per questo, ma ha aiutato.

Francesco:
1° ha tentato di detassarsi dal Mondo come tassa in sé e primaria,
– ripetizione coatta dell’insoddisfazione e dell’iniquità, per di più in aggravamento, “ou pire” avrebbe detto J. Lacan tanto tempo dopo –,
e senza per questo ritirarsi nel deserto né in una casa-madre né clericalizzarsi (questo è successo ma dopo, prima era un’impresa laica);
2° ha proposto la “povertà” come ritiro non solo dai modi stabiliti della produzione di ricchezza, nonché dalla rendita di posizione, ma soprattutto dal salario come compenso prostitutivo della forza-lavoro (vedi “Youniversity II, Think! 27 novembre 2009, “Corpo-lavoro a m…tte di civiltà”, 16 dicembre 2009).

Non aveva ancora letto Marx e soprattutto Freud, ma il suo pensiero era laico (vero però che il marxismo non ha mai amato molto questa parola), anzi era laico perché era pensiero:
ed è proprio il pensiero a venire biasimato come “snob”:
che cosa è più snob dei nostri sogni?, e perché dovremmo escludere che Gesù in barca sognasse?, dopotutto anche lui era in cerca di soluzioni logiche che lo sorprendessero, non aveva l’algoritmo teologico, brrr!

Oggi, 1° e 2° sono più a portata delle nostre mani, che però restano istericamente paralitiche:
oggi il Mondo della coazione ci è immaginariamente più alla portata nel suo progressivo semplicismo amebico,
– chi ha inventato il “villaggio globale” non sapeva di dire davvero bene –,
1° ben rappresentato com’è da una mela, la stessa che anni fa gli americani chiamavano big apple riferendosi alla sola New York, mentre oggi basta una small apple per rappresentare il globo intero:
questa idea mi è venuta per la prima volta nel 1980, quando proprio a New York mi è stata regalata una piccola mela d’oro, che per un periodo ho portato al collo, consapevole che avevo finalmente imparato la geografia
(un’altra volta vorrei elaborare questa immagine, osservando che una mela in una sezione che passi per i poli – in cui è schiacciata come la terra – è una parentesi ( ) riempibile con un algoritmo paragonabile a quello di Google);
2° dentro questa mela-parentesi, nell’algoritmo c’è oggi sempre meno posto per il lavoro salariato o prostitutivo, quello che Marx chiamava socialmente necessario, “libero” solo perché sotto contratto:
Marx si è speso a lungo su questa libertà dell’ “individuo umano astratto”, preceduto dall’uomo della servitù della gleba e della schiavitù antica:
mi trattengo a malapena dal giocare con le parole “coatto” e “co(ntr)atto.

Insomma, non illudiamoci più che la disoccupazione decresca, essa crescerà fino a che la quantità farà salto di qualità:
e allora?, e adesso? ci chiederemo come H. Fallada in “Kleiner Mann, was nun?, E adesso piccolo uomo?”1 .

Ma oggi di klein c’è solo la mela, e l’uomo da parte sua ha l’opportunità di finirla con la coppia piccolo/grande applicata sia all’uomo che a “Dio”:
e anche di approfittare della “povertà” francescana come nuovo rapporto capitale/lavoro, in cui il lavoro sia retribuito come non-salariato:
non mi tolgo più dalla mente la parabola dei talenti.

L’idea è sempre quella di prendere le cose da un’altra parte, di costituire un’altra scena per un accadere non coatto:
promuovendo questa altra scena (l’espressione è freudiana), la psicoanalisi – ma ormai io dico il pensiero di natura che la include – ha uno stretto rapporto con 1° e 2°.

6-7 febbraio 2010


SNOB

Ho finito tardi l’articolo di sabato-domenica e questo lo segue di poche ore.

Mi accontento ora di poche battute sulla parola “snob”, avendola io appena applicata nientemeno che a Francesco d’Assisi e a Gesù, e senza fare lo spiritoso:
e tantomeno in quanto ho appena parlato della massima attualità del nostro mondo, la disoccupazione crescente e irreversibile:
non si tratta di dare una sistemazione a Termini Imerese, né di far ancora scavare buche, né di accordi tra Fiat e Stato.

Invitando a rileggere l’articolo di ieri, estendo il medesimo invito a “La Mercedes” (giovedì 4 febbraio), perché in questo si tratta del perdere il posto una seconda volta, quello presso la Mercedes, con disoccupazione completa (c’è una relazione tra le due).

Informo appena (seguirà elaborazione) del fatto che “snob” è l’abbreviazione di S[ine] NOB[ilitate], cercate su Dio-Google se non avete altre fonti,
– lo stesso W. M. Thackeray, quello della “Fiera delle vanità” e di “Barry Lyndon”, gli ha dedicato nel 1848 “Il libro degli snob” –:
non è un argomento di “cultura”, ne va della pelle:
la psicoanalisi stessa è nata da qui.

I miei Autori sono tutti degli snob, Marx, Freud (in prima posizione), Kelsen …, inoltre il mio snobismo mi ha fatto associare i due summenzionati:
inoltre, cosa c’è di più snob della Bibbia e del Talmud che Leonard Susskind (2008) applica sovranamente perfino alla carta igienica?

Sullo sfondo c’è l’opposizione del Sistema all’Ordine, e il sapere nobile di carta-e-matita.

8 febbraio 2010


1° MAGGIO

Non è aumentata la disoccupazione, è diminuito il lavoro socialmente necessario (espressione marxiana).

Per questo lavoro siamo già qualche miliardo di troppo, per cui o ci sarà una soluzione salvifica o ci vorrà un olocausto con alcuni zeri in più:
ma non penso che basterà una riedizione contemporanea della plebe romana.

Questa volta non sarà sufficiente moltiplicare le buche di Keynes.

Comprendo la razionalità di quei molti che neppure più cercano lavoro:
non so quanti spingeranno la razionalità fino a farsi francescani, quelli di cui scrivevo critici del lavoro salariato (Marx e Francesco, uomini di pensiero, martedì 13 dicembre 2011, Ancora Francesco, mercoledì 14 dicembre 2011).

Perché il 1° Articolo della Costituzione riacquisti un senso, ci vorrà un bel … lavoro.

Il pensiero è lavoro, e i nostri anni lo vedono inclinato a disoccuparsi fino all’autismo socialmente necessario.

1 maggio 2012

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