IL REALE E LA REALTÀ

Terra-terra.

Questa distinzione è stata introdotta, molto opportunamente, da J. Lacan, ma resta incompresa:
eppure è facile (sappiamo che Lacan non ha facilitato), e la illustro facilmente con due esempi.

1° esempio:
devo o voglio recarmi da un capo all’altro della città, ma certi passaggi sono ostacolati da blocchi stradali:
il percorso che sarò obbligato a fare – contorto, lungo, noioso, fino alla rinuncia – è la realtà, quello senza ostacoli è il reale (reale, non naturale).

2° esempio:
non diverso è il caso della balbuzie, la cui faticosa articolazione della frase è la realtà, mentre il reale è la frase articolata in scioltezza.

Viviamo “normalmente” nell’obiezione-ostacolo al pensiero (che chiamiamo “rimozione”, vedi Rossella o’ Hara), cui segue ostacolo fraseologico e motorio, ossia viviamo di realtà sensibile (siamo tutti balbuzienti) con poco reale.

L’importanza di questa distinzione, che ho reso ovvia o truistica, sta nel definire il reale come un accadere sensibile che si produce in assenza di ostacoli-obiezioni al pensiero, ossia in assenza di una censura, ma una censura diversa da quella poliziesca o padronale.

Ci guadagnano poco anche i padroni, che tirano come buoi il carro del loro padronato proprio in forza di quella censura, che hanno in comune con il volgo, e che il volgo ha in comune con i padroni.

Il mondo è una realtà con qualche presenza episodica, presenza di reale:
reale, non spirituale.

venerdì 25 gennaio 2013

 

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