ESSERE SFATICATO

L’affaticamento mentale è un sintomo, ed è frequente.

Quanto a me sono uno sfaticato, e non lo dico per prendermi a oggetto bensì a esempio e facile come lo è bere un bicchiere d’acqua, in altre parole non fatico per esserlo:
lo sono perché io, come tutti, non fatico a “sognare” cioè a pensare nel riposo, il “sogno” è semplicemente uno dei fatti della vita del pensiero, gratis e poi si vedrà se anche et amore:
ciò dipenderà dal fatto che io lo annoti ossia lo accolga (basta una matita per annotare, ecco perché consiglio sempre di lavorare di carta e matita), cioè che io sia amico del mio pensiero.

Idem per i lapsus, ma anche per gli argomenti di giornale eccetera che suscitano la mia attenzione:
la mia facile “arte” è tutta qui, nell’annotare con la stessa matita materiali del mio pensiero e del pensiero altrui:
poi li ordinerò, con lavoro interessato senza fatica.

Parto – sottolineo parto – dall’assenza di fatica, sono uno sfaticato senza che nessuno possa rimproverarmelo o, come si dice trivialmente, rimproverarmi di amare la “pappa fatta”, ossia che qualcun altro me compreso abbia lavorato per me, come dall’esterno senza l’illusione di un’interiorità che si “esprime”:
è la patologia a non amare la suddetta “pappa”,  come quella di un libro che leggo o di un discorso che ascolto o di un pensiero che io stesso ho elaborato.

L’affaticamento viene dalla cosiddetta, e propriamente detta, “rimozione”, cioè dalla fatica di Rossella o’ Hara nel rigettare un pensiero che essa già ha quale che ne sia la fonte, perché una volta che ho un pensiero ne sono io la fonte almeno come ministro.

La rimozione è servita da illegittimi mercenari che costano rifacendosi sulla popolazione inerme.

Ho appena parlato della virtù cioè del pensiero come passione.

martedì 29 gennaio 2013