COLPO DI STATO, E DI CHIESA

Sabato domenica 15-16 dicembre 2012
in anno 156 post Freud amicum natum

 

Rieccoci a una discussione che credevo terminata già ai miei tempi liceali, ma mi sbagliavo:
infatti, anche ma non solo come psicoanalista, dovevo sapere che un conflitto ritorna sempre fin che non ha soluzione.

Si tratta di una disputa sulla laicità posta anzi presupposta in termini di Stato e Religione, sulla quale spendo una parola senza curarmi dei disputanti [1] , di cui non è in dubbio l’autorevolezza né la rispettabilità:
anch’essi sono  rimasti intrappolati nell’essere i personaggi di una trama che è quella della non-soluzione stessa.

In breve, ambedue si sono attenuti a una trama Stato-Religione degna dell’Egitto odierno in cui si discute se mettere o non mettere la Sharia, cioè la Religione, nella Costituzione.

Ma tutto il nocciolo è il fatto che il cristianesimo non è affatto Religione,  anche se da venti secoli si continua a ripetere l’errore di questa sistematizzazione, che a sua volta comporta errori a cascata, o a “risulta”:
la parola “cristianesimo” non ha significato se non designa in partenza il pensiero di un individuo, di un Tizio non romano ma ebreo di nome Gesù, che da due decenni chiamo pensiero di Cristo.

É un pensiero a pieno titolo
– basta raccoglierne una decina di proposizioni a partire dalla proposizione antiontologica “L’albero, cioè l’ente, si giudica non dai suoi predicati ma dai frutti, e dunque dal lavoro per produrli” –,
proprio come è un pensiero quello di Platone, Tommaso d’Aquino, Cartesio, Hobbes, Freud:
è un pensiero esente da ogni traccia di religione.

Questo pensiero, riproposto per Articoli, è la Costituzione della Chiesa (se si vuole si potrà scrivere “Chiese”).

Non vedo speranza di laicità, da una parte e dall’altra, finché “Religione” permane come categoria sistematizzante inclusiva del cristianesimo (e dell’ebraismo):
sto ponendo l’accento sull’identità di errore, entro il quale rimane religioso anche il non credente o il diversamente credente:
devo ancora trovare chi non sia religioso, finché permane la categoria come non ulteriormente riducibile.

È un errore che l’Islam ha preso dal cristianesimo rinforzandolo e islamizzandolo, peraltro a ragione perché è invece vero che l’Islam è Religione, la prima se non l’unica.

La categoria “Religione” è in sé un colpo di Stato, anche nei “laici”, e proprio come categoria cioè animante il pensiero individuale e la Cultura insieme:
il colpo di Stato può anche partire come colpo di Chiesa, ogni volta che qualcuno glissa lì, come ovvietà indiscussa o verità banale o truismo, l’asserzione del cristianesimo come religione.

Ci sarà un Concilio ecumenico che la farà finita? (come una  nuova Nicea):
prevedo di no, e che continueremo così, in una insoddisfazione sistemica.

Sono pervenuto a usare sempre meno tale parola, o almeno a farla precedere dalla sua diagnosi, il che mi rende oltremodo tollerante dato il mio rispetto di psicoanalista – e all’occorrenza di statista – per la nevrosi:
osservo che anche la religione, come la nevrosi, è una forma di pensiero, ma un pensiero che si occulta, dura coscienza incosciente (come si dice a qualcuno “Sei proprio un incosciente!”)

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[1] Si è trattato da un lato dell’intervento del Cardinale Angelo Scola, giovedì 6 dicembre e la Repubblica venerdì 7, dall’altro della replica di Stefano Rodotà, la Repubblica giovedì 13 dicembre.

 

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