IO, VOI, LEI

Uno spunto che qualcuno svilupperà se vorrà.

Il Fascismo, dopo avere lasciato il “tu” al volgo, ha preferito anzi imposto il “voi” (seconda persona plurale) invece del “lei” (terza persona singolare distinta dal “loro” plurale come in “lor signori”) considerato femmineo.

Osservo che il “voi” plurale riferito a un individuo lo pluralizza nell’essenza, ossia lo tratta come elemento di una massa, cioè niente di più fascista:
equivale bene al “tu” usato da certuni quando parlano a una massa per captarne la benevolenza.

Invece il “lei” designa una persona come terza a pieno e giuridico titolo (come si dice “terzietà del giudice”), ossia un’istituzione, non definita dal cic-ciac dell’a-tu-per-tu come si dice guardiamoci-negli-occhi (perdere la testa o innamoramento, mistica o psicologia di massa della vita quotidiana).

Il mio ricordo continua a rispettare la mia insegnante di italiano di quarta ginnasio, Elena Valla-Ceva, che a ogni studente (quattordicenni) dava del lei:
è stata il mio primo passo verso il diventare psicoanalista.

La psicoanalisi cioè divano-poltrona rivoluziona l’a-tu-per-tu, occhi-negli-occhi, vis-à-vis, passando al lei.

Tra due parlanti, o due partner, o due amanti, tra S e Au, c’è l’universo, ed è ciò che fa di loro due Istituzioni:
diciamo, per evitare troppa astrazione su “universo”, che tra loro c’è la lingua (parlata, sensibile).

Sono convinto che nella Trinità si danno del “lei”, contrariamente all’errore dantesco che, facendogli dare del “tu” a tre (“iri da iri”), li rende linguisticamente strabici.

giovedì 22 novembre 2012

 

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