UN REGNO VIVADDIO?

Sempre di politica si tratta, di vita quotidiana.

Riprendo dal finale di ieri, “Regno”, che nella specificazione biblica “dei cieli” è finito nei fumi spirituali.

La parola “Regno” sostantiva il verbo latino regere, cioè designa un ordinamento o statuto, dalla cui forma monarchica siamo ormai lontani (ma perché no?, vedi Inghilterra).

Torniamo a quello “dei cieli”:
forse solo l’ebraismo sostiene almeno sommariamente un’idea sensata di “Regno dei cieli” in quanto perfettamente terreno in tutti i suoi possibili traffici, come ordinamento vivibile secondo soddisfazione degli abitanti:
infatti il cosiddetto “Messia” dovrebbe segnare un regno del tutto terreno o, come io preferisco dire, in perfetta amicizia tra cielo del pensiero e terra dell’atto.

Ora, per asserirlo come terreno bisogna essere già in grado di pensarlo come terreno, senza rinvio a un imperscrutabile o misterioso intelletto divino che, bontà sua!, ci dirà come pensarlo  e se pensarlo.

“Regno dei cieli” designa (accelero) il concetto di regime dell’appuntamento, quello la cui legge ha l’individuo come sede competente della legge universale.

Ho già fatto mia una buona e comica distinzione di uno scrittore ebreo-israeliano tra Messia a venire e Messia già venuto, e io sono per il secondo:
ripeto però che questo, nel suo pensiero positivo, è per il Regno terreno degli ebrei.

Il nostro mondo, depresso psico-economicamente come tutti sanno o dovrebbero sapere, ragiona celestialmente non terrenamente:
anche i miscredenti parlano ormai solo della “valle di lacrime”, sembrano usciti dalle mie vecchie parrocchie, bravi ragazzi.

mercoledì 3 ottobre 2012

 

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