IL PARADOSSO DI ZENONE, O LA SOLITUDINE

I miei vecchi amici non lo sono più, posto che lo siano stati, ma non ho la boria di accusarli:
basta un momento di distrazione (anche mia) per trovarsi in un’altra dimensione anche nel contatto (per questo non ho mai apprezzato l’espressione “teniamoci in contatto”, che si applica anche alla guerra).

C’è poi la solitudine di gruppo, o massa, o comunità, di cui ho sofferto a lungo:
io voglio invece società, perché come tale è fondata su una Costituzione, grazie alla quale la mia sposa thailandese può stare a migliaia di miglia così come a un metro o meno:
non è il sesso a fare il rapporto di cui vive, né il chiacchiericcio da conventicola amorosa (“spirituale”).

La solitudine dei divorzi in casa, in cui la contiguità fisica equivale a una distanza infinita, realizza il paradosso di Zenone in cui il pièveloce non raggiunge mai la (chissà perché) lenta (la mia Thailandese non è più lenta o veloce di me).

Non mi consta si sia mai pensato che il suddetto paradosso riguarda l’“amore”, o l’inizio del movimento.

L’amore inizia e si mantiene come amicizia del pensiero, che è una costituzione in cui non rischio la solitudine (né la paranoia, ma di questa parlerò un’altra volta).

(continua)

mercoledì 10 ottobre 2012

 

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