IL DIVINO CAMERIERE

Sabato domenica 12-13 maggio 2012
in anno 156 post Freud amicum natum

 

In un sogno sono apparso come cameriere di un ristorante di lusso, e dei due avventori lei (lui è il sognatore) commenta che gli è capitato il meglio cameriere:
cameriere, non il cavaliere separato dell’amore cortese.

Mi rallegro di riuscire ad apparire così (forse non solo in sogno), anche perché “così” significa che la prossima volta il meglio cameriere al mio posto sarà un altro:
infatti ho sempre scritto che S e Au sono intercambiabili, anche se uno dei due fosse “Dio” (as he likes it).

Ho già scritto del primato amoroso della figura del cameriere in quel racconto [1] delle ballerine:
fine ottocento, una carrozza di ballerine arriva sul far della sera in una cittadina in vista dello spettacolo della sera successiva:
stanche si coricano presto nella medesima stanza, per destarsi il mattino riposate e già pronte a volteggiare discinte in attesa della prima colazione:
dal corridoio il cameriere non si annuncia però bussando, ma entra aprendo risolutamente la porta:
le donzelle reagiscono gridando con poco credibile scandalo:
– Un uomo!, un uomo!,
al che l’uomo replica:
– Signorine, non sono un uomo, sono un cameriere!

Il narratore conclude il racconto informando che la mattina trascorse tra le meglio effusioni.

Il principio della soddisfazione (essere mezzo per un altro), e l’orgasmo (un esito contingente, supplementare e non necessario della soddisfazione), sono passivi, sopravvenienti e extravenienti nel sesso maschile come in quello femminile.

C’è stato un tempo in cui nel mondo psicoanalitico, anzitutto lacaniano, non si faceva che parlare del “godimento femminile” come separato e ineffabile, una cosa tutta interiore, insomma la mistica:
come fenomeno è interessante nel mostrare che la mistica, o l’occultismo, precede la distinzione fra religioso e non religioso.

_____________

[1] Nel saggio che ho scritto anni presso Einaudi sul feticismo, accennavo appunto a questo racconto, dicendomi certo di averlo letto senza però ricordare l’autore (Cechov?, Maupassant?). Mi onora troppo pensare che potrei averlo inventato io.

 

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