LA CONGIURA DELLA DOPPIA POVERTÀ

L’uomo della povertà di oggi (“crisi”, “austerità”, recessione, disoccupazione) è l’uomo della povertà due volte, perché è il medesimo della povertà platonica, ossia dell’amore platonico (le due povertà sono sinergiche):
parlo della Teoria platonica dell’amore esposta da Diotima nel Simposio, in cui l’amore è figlio della povertà o penuria (penìa, trascuro ora il padre pòros), o mancanza.

É nella testa che siamo metafisicamente predisposti alla povertà, dopo di che sopportiamo [1] qualsiasi cosa anche se protestiamo.

In quella congiura restiamo divisi tra il nostro realismo d’accatto cioè da accattoni, e il nostro idealismo cui obbediamo ignorandolo, ossia siamo platonici anche quando siamo ignoranti e bestioni.

Ho già contrapposto all’amore platonico l’amore biblico tra Salomone e Regina di Saba, il moto amoroso dei quali non è mosso dalla penuria o dal bisogno, ma dall’entusiasmo reciproco di due doviziosi, lussuosi-lussuriosi, privi di mancanza alcuna:
quell’episodio biblico dice il desiderio nella sua piena autonomia e eteronomia rispetto alla mancanza.

L’amore è un lusso, o non è:
c’è lusso anche quando questa parola è ricusata perché non è il caso.

L’ angoscia è il ricatto dell’amore platonico, la minaccia di perdere l’amore (che non c’è).

Ma l’amore-povertà non se lo è inventato Platone, lui ne ha semplicemente osservato la patologia sul terreno umano:
però lo ha poi “lanciato” come un pubblicitario riuscito lancia un prodotto, contribuendo potentemente alla stabilizzazione della patologia amorosa nel mondo, e al tempo stesso ottenendo la complicità di questa.

C’è qualcosa di stupefacente nell’osservare il fanatismo dei filosofi verso il Simposio, diventare critici gli è impossibile.

Non ho finito di parlare del Simposio.

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[1] Ancora oggi mi felicito di avere saputo dare al mio primo libro il titolo gaddiano La tolleranza del dolore, 1977.

venerdì 13 aprile 2012

 

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