AUSTERITÀ BARBARIE

Inizio appena, dopo qualche cenno impercettibile, a inoltrarmi nella cultura della “crisi” con il suo trattamento.

Muovo da tre dati:
1. la critica della politica dell’austerità non è anzitutto mia, ho già letto più articoli come per esempio Non è ancora finita la guerra del debito di Alessandro Penati (Repubblica, sabato 7 aprile), dalla quale cito:
“circolo vizioso dell’austerità, che inasprisce la recessione, peggiora i conti pubblici e impone altra austerità” (segnala un vizio compulsivo);
2. l’osservazione che a lungo abbiamo avuto subliminarmente sulla punta dell’occhio, ossia che i contraenti-dialoganti-confliggenti della riforma governativa del lavoro (governo, partiti, sindacati, confindustria,) assomigliavano sempre più ai capponi di Renzo, sempre lì a beccarsi puntigliosamente allorché qualcuno si “allargava” di un soffio;
3. che a livello di larghe masse umane la patologia impone, a partire dall’individuo, la politica dell’austerità moral-economica, che inibisce per principio ogni pensiero iniziante, e congiura così con i primi due dati.

Uso la parola “barbarie” nel significato corrente benché non corretto di inciviltà, e dico che la politica dell’austerità è una barbarie.

Rimane intatto uno dei maggiori imperativi della storia:
che i più devono restare dei poverini, anzitutto nella testa, il che lascia intatta l’idea che i pochi ricchi sono intelligenti o almeno furbi:
ricordo sempre la battuta reazionaria del mio Prof. liceale di latino e greco, che diceva:
In regno caecorum, beati monoculi”.

L’invidia, o il diavolo, vuole tutti poveri (è l’essenza del diavolo):
peccato! (alla lettera) che i pensatori medioevali dei vizi capitali non sapessero parlare economico-giuridico, non staremmo ancora perdendo del tempo, e il tempo è denaro.

Tra l’altro, non avrebbero detto bestialità sulla lussuria cioè che l’uomo è bestia (“o animal …”).

martedì 10 aprile 2012

 

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