“DIO” È INSODDISFATTO (IMPERFETTO) (4 E FINE)

Sabato domenica 14-15 gennaio 2012
in anno 155 post Freud amicum natum

 

[Termino oggi la sequenza con questo titolo di lunedì-martedì-giovedì.]

b. Metafisica

Io ho individuato il Gesù-pensiero, a lungo negato:
non è stato difficile bensì difficilissimo, come tutto ciò che è facile perché a portata di mano, ma l’angoscia (rimozione) impedisce di allungarla:
è bastato stilare una lista di proposizioni, o frasi, dotate di significato raccolte da quei famosi quattro Libretti, per cogliere un pensiero propriamente metafisico.

In capo alla lista ne ho posto due:
1. una antiontologica, che asserisce che l’albero, l’ente parmenideo poi moderno, si giudica dal suo frutto, non dall’albero o ente, il che fa di Gesù il capofila di un nuovo pensiero rispetto ai Greci;
2. una fondatrice di una nuova morale, che asserisce che puro o impuro non è ciò che entra nel corpo di un uomo ma ciò che ne esce, ossia il discorso.

Ne risulta, nel Gesù-pensiero, il disegno di un uomo nuovo rispetto all’uomo vecchio, quest’ultimo viziato da quattro Teorie che ho individuato grazie a Freud (riassumo il più volte detto), e di cui il Gesù-pensiero è esente:
1° la Teoria dell’istinto in particolare sessuale (o dell’uomo come animale, “razionale”, “politico”, “grazioso e benigno”), 2° la Teoria dell’amore come innamoramento, 3° la Teoria ontologica, 4° la Teoria religiosa.

In seguito al Gesù-pensiero noi cristiani abbiamo subito un effetto da eccesso di uomo nuovo ossia di guarigione, quell’effetto che in psicoanalisi chiamiamo “reazione terapeutica negativa”:
ci siamo allora affrettati a convertirci fin da subito a Platone e alla “Scuola di Atene”, più tardi a Kant e a Kierkegaard [1], infine alla Psicologia novecentesca che ha nella banalità la sua forza.

A un tale pensiero va il mio ossequio razionale, trovandolo consistente e innocente.

Un Ordinamento e il suo carrozzone

Distinguo I. l’Ordinamento dal suo II. carrozzone, quello risultante dalla reazione terapeutica negativa.

I. il primo, di cui ho già scritto, è l’Ordinamento giuridico detto “Chiesa” composto di quattro capitoli:
1° il Gesù-pensiero, 2° il papa, 3° la messa, 4° i dogmi [2]:
non lo ho  rinnegato, al contrario rimango Socio di diritto della Società che ne è costituita.

II. la parola “carrozzone” non è ingiuriosa né blasfema, bensì descrive il continuo compromesso instabile (e talora comico, a volte crudele) della storia di  tale Società, continuo nello spostare sempre in avanti le sue contraddizioni (la rimozione del pensiero):
roba da Guinness dei primati nell’errore:
lo accetto senza “sbattezzarmi” perché pur sempre fa il suo mestiere di carrozzone ossia scarrozza, scarrozza nella rimozione quel Gesù-pensiero che altrimenti nessuno scarrozzerebbe (ho già fatto osservare che la rimozione è come un freezer).

Un carrozzone non si riforma, lo si lascia incedere nella sua andatura da ubriaco, e in ciò sono contrario a Lutero con la sua ecclesia semper reformanda, in cui si mettono delle toppe peggiori del buco (la ri-forma è un re-make peggiorativo):
un esempio ridicolo è stato la ri-forma della vecchia “talare” del prete sostituita con il clergyman, con il che si dava fissazione aggravata del clericalismo, versione militare della suddetta Società (Ordine non è milizia, sia pure ridotta a distintivo) [3].

Alfa e omega

Avere sotto mano il pensiero il Cristo – dico bene “sotto mano” come manuale, enchiridion -, offre il destro di venire a capo della più smargiassa delle parole della storia linguistica, “Dio”:
Gesù, di essere Dio se ne infischiava (osservazione già di San Paolo), e allo stesso tempo nella sua virtuosa arroganza a muso duro si comportava veramente … da Dio, e in questo momento possiamo comprendere, indipendentemente da ogni dubbia “fede”, quella vecchia storia che è detta “incarnazione”.

Ripartiamo, come nel Prologo di Giovanni, da “In principio era il pensiero” et coetera:
ma il pensiero come tale non conosce soddisfazione, perché questa significa portare a buon termine, passaggio attivo a una meta, per-ficere, gut-machen, perfezione [4] come conclusione logica e pratica [5] di un moto:
senza moto il pensiero resta tecnicamente nella condizione catatonica:
al pensiero non resta che pensare, salvo annullarsi, la condizione della soddisfazione, che è un moto:
questa condizione è il corpo definito come mezzo e articolazione del moto (materia di motricità e sensibilità del pensiero) per la soddisfazione-conclusione come opera del pensiero come legislatore del moto [6]:
l’incarnazione (continuo a parlarne come di un pensiero di successo) non poteva che incontrare lo sfavore di Platone, che non poteva ammettere che la perfezione ha il corpo come condizione [7].

Fin che il pensiero è in pace, ossia non è negato, la parola “Dio” ha un significato, ossia può ricorrere fungibilmente come un nome del pensiero, con la sua modesta onnipotenza e infinitezza:
e anche la parola “ateismo” ha un significato,  quello di  ostilità al pensiero come negazione di esso (che in Freud si chiama anche “parricidio”):
invece in quella particolare negazione del pensiero che è la rimozione, il rimosso (il pensiero) ritorna come nevrosi e religione, in cui “Dio” rimane come “significante” alla lacaniana ossia senza significato o concetto, tale che se acquisisse un significato sarebbe quello stesso di ateismo:
di cui la religione è l’assicurazione gratuita di massa, ateismo senza pensiero dell’ateismo (bravo!, davvero ben pensato!)

Il modo ordinario di negazione del pensiero è molto pratico, si tratta di umiliazione del pensiero:
la sua umiliazione principale è principiale, essa consiste nella sua divisione in psiche/spirito, basso/alto, istinto/ragione, animale/razionale, animale/politico, animal/grazioso e benigno, che oltre che patologica è schiavistica (divide et impera):
la stessa divisione di classe è impensabile senza questa divisione, indipendentemente dal caso che le classi “alte” siano di una volgarità da vomitare.

Ometto, perché bisogna finire, altri pensieri e alcune correzioni.

________________________

[1] Ci sono stati nel ‘900 dei cattolici doc dediti all’evangelizzazione kierkegaardiana del cristianesimo, con stupefacente successo.
[2] Ho una speciale stima per i dogmi cattolici:
ho più che l’impressione che pochissimi si siano accorti delle proposizioni in cui consistono (per esempio della distinzione genitus/factus, quasi inavvertita nei diciassette secoli che ci separano da essa).
[3] La toppa peggiore del buco Lutero l’ha messa suonando la fanfara assordante della parola “fede”: ha insistito che bisognava averla, anziché constatare che da quindici secoli rimaneva come significante privo di significato o concetto (non diversamente dalla parola “amore”).
La comicità di J. Lacan era rigorosa quando diceva: “Non si sa mai bene che cosa credono quelli che credono, e che cosa non credono quelli che non credono”.
Da tempo propongo l’unico concetto o significato possibile di “fede”: quello di giudizio (come tale razionale) di affidabilità, fondato su consistenza e innocenza del pensiero.
[4] Tutto il pensiero greco antico si è adoperato con ogni mezzo a tenerci ben lontani dal pensare la per-fezione come conclusione-meta di un moto, fissando il pensiero all’idea che la perfezione sia quella del cerchio, che realmente non esiste (si è poi aggiunta la perfezione come armonia, donde il sarcasmo delle arpe paradisiache e la brutalità dell’armonia da marcia militare).
Ho già scritto che il contemplare il solo divenire accanto all’essere mi è apparso come il grande trucco dei Greci, a scapito o censura dell’accadere, il geschehen freudiano:
ad essi non piaceva il futuro anteriore (sarà-stato) come tempo dell’accadere, o anche la distinzione tra ante-fatto e fatto:
o anche il concetto di materia prima come risultante da un’elaborazione, il che implica che anche un pensiero, in quanto elaborato elaborabile, passa allo status di materia:
che orrore!, trattare un’Idea come farina, una materia prima ulteriormente elaborabile:
il dogmatismo perverso non lo ammette.
[5] Nella storia del pensiero, non si è mai trattato d’altro che di pensiero, riuscito o fallito, della soddisfazione, o anche dell’orientamento.
Si stenta a riconoscere che riuscita o fallimento non sono della soddisfazione bensì del pensiero di essa, che nella loro reale distinzione atto e pensiero dell’atto co-incidono.
[6] La soddisfazione è ben definita metaforicamente da Gn 2, 5, dove dice che“non c’era uomo per coltivare il suolo”, ossia per un lavoro a meta, o frutto, e il lavoro è dapprima e sempre di pensiero. Considero ragionevolmente certo che Voltaire abbia preso da qui nel suo “il faut cultiver son jardin”, di cui anche Freud è stato entusiasta.
[7] Tra gli esempi di perfezione, ho incessantemente riferito quello del bambino che a due anni di vita ha superato Mozart due volte.

 

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