“MI FACCIO I MIEI CONTRI” (BIS)

Sabato domenica 10-11 dicembre 2011
in anno 155 post Freud amicum natum

 

Vedi giovedì 8 dicembre.

La sola legge universale è questa:
nella partnership mi faccio gli affari miei facendo quelli di un altro.

In numerosi casi ho motivo di essere soddisfatto di me, per averli resi fruttiferi per ambedue.

A volte mi faccio anch’io gli affari di Contri (infatti mi chiamo così) distinti da quelli di un altro:
sono i casi in cui il mio pensiero (detto “inconscio” in tali casi) si occupa di quei miei contri di cui avevo penso il filo (“rimozione”):
esso me li ri-presenta (in sogni e atti diversi) come affari estranei, senza quell’autoreferenzialità che è detta “narcisismo”, priva di senso degli affari:
“inconscio” è un nome del mio stesso pensiero quando mi fa occupare dei fatti miei come fossero quelli di un altro:
dunque risiamo da capo.

Io ho passato la vita a farmi i fatti altrui, e da un certo giorno quelli di Freud, di J. Lacan e di altri ancora:
rispetto a loro io sono soltanto l’ultima ruota di un carro storicamente disertato:
parlo di un carro di risorse, di pensiero anzitutto.

La storia economica, che è la storia umana stessa, non è la storia della penuria (strutturale: Malthus), è la storia dello spreco (attivo), peccato o delitto.

Parlo di universalità degli affari, quali che siano, senza il bisogno religioso-ateo di una “mano invisibile”.

Mi faccio gli affari altrui là dove questi si prestano a s-fruttamento:
chi mi ama mi s-frutta, ecco il pensiero ereditario, legittimo:
fatevi i vostri contri.

Ho l’occasione di dichiarare qui la mia forma di ateismo:
il problema personale di “Dio” è quello di rischiare di condannarsi a una inesistenza aggravata perché stupida:
infatti, se io non avessi occasione pratica di farmi gli affari di “Dio”, la sua inesistenza sarebbe aggravata perché perfino la sua eventuale esistenza sarebbe perfettamente indifferente.

 

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