VOGLIA DI SANT’UFFIZIO

Sabato domenica 24-25 settembre 2011
in anno 155 post Freud amicum natum

 

É da cultore del pensiero in tutto il suo campo (“psicoanalista”) che scrivo ciò che scrivo.

Questa mia voglia la comprenderebbe meglio un robusto anticlericale d’altri tempi che un mollaccione cattolico, vedremo subito perché.

Mi sono trovato in palude più volte, e ho fatto ricorso a tutti i buoni uffici compreso il mio, senza il quale non ne sarei uscito:
tra gli uffici esterni al mio, oggi avrei voglia di Sant’Uffizio stante la palude “Mistero”.

Posso dirlo in un’epoca in cui la Chiesa ha perso quasi tutti i suoi poteri e sta perdendo i pochi che le restano:
un po’ di Sant’Uffizio significherebbe almeno qualche etto di sano orgoglio discorsivo, che non comporta alcuna violenza (la violenza inquisitoriale si legava a rinuncia discorsiva).

Prendo due fitte pagine di un autore indubbiamente vittima delle sabbie mobili del “Mistero”, che nel disagio tenta di liberarsene solo per affondarvi di più [1].

La vittima la si vede subito (prime tre righe) nel suo inquadrare il linguaggio nel Mistero – “il linguaggio è misterioso”: ma come gli viene in mente! -, con dichiarata analogia all’inquadramento del tramonto nello struggimento – che “un tramonto è struggente” è dato per “evidente”:
come gli viene in mente!, parli per sé non per me e molti altri:
ma da questa premessa di plagiato trarrà poi un’inferenza corretta.

Posta la premessa, è pronta la trappola della domanda-monstre “Perché Gesù non ha scritto nulla?” (che significa che se avesse scritto saremmo a cavallo!)

Appena un passo prima del finale l’articolo, che dà per certo che Gesù sapesse leggere, non dà per davvero certo che sapesse scrivere:
ora, solo un idiota (o un plagiato) non inferisce con certezza che se uno sa leggere (e molto bene e sofisticatamente come nel caso di Gesù) sa anche scrivere:
ma la palude del “Mistero” non ama l’inferenza cioè il pensiero.

La palude in cui l’autore finisce insieme a Gesù è dichiarata nelle tre righe finali, che propongono come domanda un’alternativa del tipo zuppa o pan bagnato, ossia o è un Mistero o è un … Mistero:
infatti, o è “un Mistero” a noi esterno (il fatto che non ha scritto?, Gesù stesso?, i due in uno?), o è un Mistero a noi interno:
la frase completa, un po’ contorta, è:
aut “se sia un mistero”, aut “se questo fatto si presti invece all’interpretazione di un segno che sta a indicare che senza il coinvolgimento personale di un incontro non esiste via”, cioè il ricorso all’interiorità.

L’autore conclude bene, perché questa volta non gli manca l’inferenza:
se quanto premesso, allora “non esiste via”:
cioè accesso sbarrato al campo della Rivelazione, proprio come nel caso dell’Islam.

Qui l’autore, nel suo non cavarsela dall’affondare nel “Mistero”, se la cava meglio che può affidandosi a un’inferenza:
se le cose stanno così, allora va buca, non se ne viene a una, non si cava un ragno dal buco né sangue da una rapa, e tanto vale darsi per persi o dispersi.

Nel suo avere torto egli ha una sola ragione, quella derivante dall’avere mancato proprio lo scritto, cioè l’unica ragione collegabile a Gesù:
ha mancato il fatto che quei quattro striminziti Libretti che chiamiamo “Vangeli” veicolano un pacchetto di proposizioni chiare e distinte, che come ogni proposizione senza occultismo si prestano alla discussione, anzi sono loro per a produrre discussione (Gesù è tutto una disputa: “Voi dite … ma io vi dico”).

Ne elenco solo alcune, che sono discorso o logos senza alcun Mistero linguistico:

1. principio metafisico: l’ente si giudica dal suo prodotto non dall’ente (“l’albero si giudica dai frutti” non dall’albero). Se ha ragione Gesù, hanno torto Parmenide e Platone e in generale l’ontologia.
2. principio di profitto (omologo al precedente): vedi parabole dei talenti e delle mine.
3. principio di unità della società d’affari: il “figlio prodigo” la ricostituisce.
4. principio di possesso legittimo: la terra è ereditata da coloro che non implicano la violenza (fisica, logica, imperativa) cioè dai “miti”.
5. principio morale: la moralità è discorsiva perché puro o impuro non è ciò che entra nel corpo di un uomo ma ciò che ne esce, ossia le parole o meglio le frasi.

L’elenco prosegue ed è molto interessante (niente istinto umano, niente amore come innamoramento, niente religione).

Rammentiamo che ai tempi di Gesù l’ellenismo andava ancora forte in seno all’ebraismo, e che egli non era certo favorevole alla Bibbia dei “Settanta”.

Ecco un linguaggio che non è affatto Mistero, né l’occultismo di una innominabile “Presenza” [2].

Insomma Gesù è un discorso ambulante, un intelletto agente mobilmente:
l’alternativa è che fosse un idiota:
se strappato dalle sue proposizioni, la storicità di questo “Signore” sarebbe la storicità di un Idiota, un Principe Myškin dell’antichità, tanto “buono” (schizofrenico) e amato da una Maddalena isterica (Nastas’ja):
Lidiota dostoevskiano è la satira di una predicazione plurisecolare.

Non è la prima volta che domando come possa accadere che tocchi proprio a un efferato psicoanalista come me richiamare qualche lineamento di ortodossia cattolica, a fronte del generale smottamento di essa seguente all’occultismo del “Mistero” e della “Presenza”.

PS

Non ho fatto questo lavoro (sul pensiero nitido di Gesù) perché io sia un bravo ragazzo pio (idea ripugnante):
semplicemente, avevo già fatto lo stesso lavoro per formulare qualche proposizione chiara e distinta a fronte di una psicoanalisi che smottava da tutte le parti.

_____________

[1] Andrea Moro, Il mistero del linguaggio, ovvero: perché Gesù non ha scritto nulla?, in: “il sussidiario net!, rivista online,  martedì 13 settembre 2011.
[2] Ritengo che l’occultismo derivi dal trascurare il pensiero come presenza, per esempio il pensiero di Platone e Freud sono presenze, così come il pensiero di Cristo perfino nel caso che non sia mai esistito.

Quanto alla storicità di un tale individuo, avrei la mia da dire, in relazione con il pensiero che gli si collega.
L’occulta idea di “interiorità” disconosce realtà al pensiero.

 

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