“LA VALLE DELL’EDEN” OVVERO: QUANTO DURA UNA MADRE?

La valle dellEden, Elia Kazan 1955 dal romanzo di John Steinbeck, mi ha istruito da quindicenne, avendovi già una certa predisposizione.

In breve mi è piaciuta quella madre che, piantato in asso con due figli piccoli il noiosissimo predicatorio marito, si mette a fare l’imprenditrice:
uno dei due figli (James Dean) più tardi ne trova le tracce e la cerca, e lei pur riconosciutolo accetta di riceverlo solo dopo averlo … riconosciuto imprenditore come lei:
infatti lui le chiede subito, senza lungaggini sentimentali per la madre ritrovata, cinquemila dollari per finanziare  un affare e lei, vistane la stoffa, glieli dà, come un vero padre ma senza identificazione maschile:
il precedente materno le serve solo come innesco disponibile ma non necessitante alcunché (come si dice che un parente può sempre servire a qualcosa).

La mia similitudine è quella con il padre evangelico che, riconosciuto nel figlio reduce uno che finalmente sa il fatto suo − ossia che l’errore è stato quello di dividere l’azienda −, lo nomina amministratore delegato (anello di rappresentanza, veste di rappresentanza, pranzo di rappresentanza):
fine del Buonpapà dal cuore esulcerato e le lacrime in mano (Rembrandt ha sbagliato, come la maggior parte di pittori di Maddalene).

Steinbeck ha visto giusto:
avrebbe potuto narrare, o noi per lui, dieci romanzi diversi perfino a lieto fine con la stessa madre, che è stata tale fino allo svezzamento o poco più, magari concedendo ai figli piccoli il tempo supplementare per imparare a farsi un uovo al tegame:
ne guadagnano i figli, e prima ancora ne guadagna lei (del resto i figli guadagnano da ciò che guadagnano i genitori, e per loro fortuna non solo da questo):
è poi un buon momento quello in cui i figli riconoscono figli gli stessi genitori, che probabilmente hanno attraversato le medesime sciaguratezze.

Tra queste, un figlio avveduto non accetta più il crimine di essere considerarlo un “frutto del ventre”.

In ciò non sono molto originale, poiché già lo diceva a muso duro Gesù a dodici anni, minacciandola di toglierle il saluto (“che cosa c’è tra voi e me?”) se avesse fatto ancora “la mamma” (idem al papà):
vero è che da venti secoli non lo abbiamo quasi mai guardato nel becco (proprio come i “perfidi Giudei” di cui riparlerò forse domani).

giovedì 8 settembre 2011

 

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