HO SPOSATO

Sabato domenica 3-4 settembre 2011
in anno 155 post Freud amicum natum

 

The Magdalen reading, Rogier van der Weyden 1438, The National Gallery, Londra
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The Magdalen reading, Rogier van der Weyden 1438, The National Gallery, Londra

Questa è la mia sposa, la mia single.

Se esistesse un valido sacramento del matrimonio, lo sarebbe di uomo e donna single che tali restando si sono fatti partner:
la partnership esalta, o supplementa, il carattere di single, non lo riduce, se lo riducesse nella fusione il divorzio sarebbe implicito perché la fusione sarebbe … nucleare.

Mentre legge per proprio conto e interesse, cioè da single, questa Maddalena neppure ricorda che io esisto, se non a tratti per dirsi “gliene parlerò”, come accade nel nostro Regime dell’appuntamento.

So inoltre che la sua iniziativa singolare, e perfino a mia insaputa, non riguarda la sola lettura.

Cade l’incubo mistico-matematico dell’“insieme”.

Guardando Maddalena mentre legge, a nessuno è data informazione che è mia sposa, non c’è clergyman sponsale;
e i sessi non sono neppure in conto, ossia non ce n’è contabilità cioè fabbisogno fisico o morale.

Della cosiddetta “Maddalena” ho scritto con entusiasmo nel 1992, in SanVoltaire, Guaraldi 1994, con il titolo Lui e lei. La decisione (I), pp.139-142, avendone conversato con Raffaella Colombo (http://societaamicidelpensiero.it/wp-content/uploads/SANVOLTAIRE.pdf).

Non ho avuto il piacere di conoscere Rogier van der Weyden, ma per dipingere così la “Maddalena” doveva avere le idee a posto:
non così la Storia del cristianesimo, che ne ha introdotto la stupida esegesi della prostituta convertita, un’esegesi che attribuisce blasfemamente a Gesù la stupida idea che lei già “amava” come prostituta (come si può dunque rimproverarmi l’associazione chrétien-crétin?).

 

***

 

Mi sono appena dato (non “tolto”) due soddisfazioni in occasione del mio settantesimo anno:
1° per la prima volta ho sposato (non “mi sono sposato”), ho sposato in Comune ieri 2 settembre la mia compagna o amica Raffaella Colombo, collega psicoanalista, che mi ha compiaciuto anche questa volta;
2° ho trattato personalmente con i corrispondenti articoli di quell’Ordinamento che è detto “Chiesa cattolica”.

Ho sposato cioè ho dato tutela civile (non indispensabile) al precedente Regime già civile dell’appuntamento stabile con una donna (rifiuto la finzione tradizionale del “fidanzamento”, che poi significa “ragazzini!” [1]).

Scrivo questa lettera in prossimità del mio anniversario, oggi declinandola per amici, e anche non–amici, troppo nervosamente scandalizzabili (cattolici e non cattolici):
li informo su come mi regolo (dunque non mi giustifico) con la Società “Chiesa cattolica” – Società non Religione – di cui sono rimasto Socio di diritto (ricavando anche incomprensione quando non ostilità).

Quarantadue anni fa, il 3 settembre 1969, ho (non–)sposato in Chiesa, per poi considerare quasi subito nullo il mio matrimonio, anzi tanto nullo nel mio pensiero da non fare nulla per venirne a capo:
tardi sono addivenuto alla sola separazione legale, mentre quanto al divorzio non l’ho neppure mai concepito (“divorziare” ma da che?), e per il medesimo vuoto mentale non ho mai cercato la nullità ecclesiastica (solo trent’anni dopo sono diventato un divorziato passivo, cioè non su mia istanza).

Con altre parole, non avevo alcuna stima (intendo valutazione) né per il matrimonio come istituto civile, né per il sacramento che gli viene collegato dall’Ordinamento della Chiesa, tutt’al più provavo per esso un muto disprezzo come per la crema religiosa sulla torta civile:
anni dopo leggendo il “Sillabo” mi sono trovato allineato con Pio IX che condannava tale concezione cremosa del sacramento [2].

Ancora, anni dopo il sacerdote che ha celebrato il mio matrimonio – Don Luigi Giussani, prima maestro poi amico – mi ha confidato che in quel momento mi ha giudicato “un idiota”:
benché piccato dal giudizio dovetti convenirne, infatti “idiota” significa buco nel pensiero.

Successivamente, non mi sono privato della compagnia femminile (senza mai “andare a donne” ossia l’idiota Teoria dell’istinto sessuale o “concupiscenza”), anche avendone tre figli riconosciuti nati fuori dal matrimonio:
quest’ultimo fatto mi impensierisce tanto poco che a volte mi sono permesso la buffoneria seria di dichiarare che vorrei avere qualche dozzina di figli sparsi per il mondo, tutti riconosciuti (accompagnata dalla battuta “con quel che costano!”).

Non sto facendo lo spiritoso, bensì testimoniando la mia unica fonte di moralità, che è la proposizione–fondazione di Gesù quando ha detto che puro o impuro non è ciò che entra nella bocca di un uomo bensì ciò che ne esce:
cioè le parole, che sono sempre frasi, cioè discorso o lògos [3].

Ci si scandalizzi pure alla mia asserzione che diciotto secoli dopo lo ha enunciato anche Freud:
infatti la psicoanalisi è notoriamente l’invito “Bada a come parli!” preso alla lettera, non come minaccia.

Sto per scrivere al Tribunale ecclesiastico per domandare un im–mediato riconoscimento di nullità, senza pretesa da parte mia:
infatti con ciò intendo non solo né anzitutto senza la mediazione di una laboriosa causa ecclesiastica ormai improbabile a più di quarant’anni di distanza,
ma anche quel riconoscimento  in quanto basato sul semplice fondamento della veridicità della mia dichiarazione sul giudizio della mia affidabilità:
adducendo questo fondamento sono io che rischio, perché l’affidabilità è uno dei beni più preziosi di una persona, e a un tempo testimonio la mia osservanza per l’autorità del Tribunale ecclesiastico.

Non temo il Tribunale di Dio né della Chiesa, temo solo il Tribunale di Freud (e Kelsen), perché esso potrebbe sentenziare che sono un imbecille, ossia l’attributo essenziale del Diavolo (è il medesimo giudizio che ne dà Gesù nel deserto).

Ho appena testimoniato come intendo un cattolico (cioè sostantivo non aggettivo [4]).

Con i miei tempi lenti sono così pervenuto a due scoperte (non dell’“acqua calda”):
a riconoscere ragion d’essere al matrimonio (fatto civile), che non gode e non ha mai goduto buona salute;
a riconoscere razionalità al sacramento:
infatti se questo non è una semplice benedizione, quantunque solenne, del fatto civile (la crema del fideismo), quale ne è la ragione ossia il fine?

Con altre parole, in che cosa c’è supplemento (dunque non onere, ossia la comune concezione sacrificale dell’indissolubilità) quanto al fine?

Ne va del senso della celebre espressione “una sola carne”, che non va inquinata come risibile misticizzazione dei fatti d’alcova, o peggio come l’idea di un corpo mistico sessuale a due (sono contrario alla pornografia celeste [5]).

Non provo neppure a dire qui la mia idea di sacramento [6], di cui forse potrò fare domanda:
non per dovere, infatti se c’è supplemento allora è un piacere:
la farò con l’avvertenza di evitare di cadere per la seconda volta nel Sacramento–crema.

Penso che questa mia lettera (e la successiva e omologa al Tribunale) dovrebbe piacere alla Chiesa, perché con essa contribuisco al buon nome del suo Ordinamento.

PS

Tengo a osservare con piacere che in queste righe non ho derogato di una virgola da Freud [7].

____________________

[1] O peggio “amore platonico” cioè omosessuale.
Provo ripugnanza per i “Corsi per fidanzati”, in cui degli adulti sono trattati come dei ragazzini educandi.
Institutio non è educazione.
Lo dice in modo forte e chiaro il battesimo dei bambini, che neppure un visionario fanatico penserebbe educabili.
Ma so di stare parlando di uno dei principali errori della civiltà (il primato dell’educazione–formazione).

[2] Nella Proposizione LXVI Pio IX condanna l’idea che “Il Sacramento del matrimonio non è che una cosa accessoria al contratto, e da questo separabile, e lo stesso Sacramento è riposto nella sola benedizione nuziale” cioè la mia ironica “crema religiosa”.
Ritengo che osservasse come me che molti matrimoni cattolici sono feste pasticcere, e che in ciò egli parlasse alla nuora liberale affinché la suocera cattolica intendesse.
Intendesse anche che in tale errore molti matrimoni cattolici sono nulli:
una tale massa di nullità andrebbe ad aggiungersi a quella dei “consensi” dati non al rapporto, singolare come tale, bensì all’imperscrutabile volontà divina (“troppa grazia!”, commento).

[3] Anche un analfabeta ha lògos, basta che apra la bocca.
Massimamente soggetti al test di moralità sono i professionisti del discorso, anzitutto Filosofi e Teologi (che mi detestano per ciò che ho appena detto).
Nella pedofilia il delitto è discorsivo (discorso sui sessi) prima che comportamentale.

[4] Do un’idea del mio passaggio pluridecennale al sostantivo, non aggettivo né Weltanschauung “cattolica”:
1° sono un perché ho l’Ordinamento così designato (come direi che sono un italiano, sostantivo non aggettivo). E’ un Ordinamento in quattro Capitoli che ora non riassumo (ne ho già scritto);
2° equipaggiato da tale Ordinamento (mai Teoria), opero come mi è riuscito di operare (lavoro produttivo in Regime di appuntamento).
Nella mia vita in quanto “un” faccio l’imprenditore, di un’impresa che è la medesima di Raffaella Colombo (che sottoscrive queste pagine) e di Altri.
In altre parole, la nostra impresa non è famigliare, “casa–bottega”, ed è proprio a questa non limitazione del matrimonio alla famiglia che collego il sacramento. La già tendenziale – e tentazione – chiusura del matrimonio entro la famiglia ha trovato il suo epilogo nel protestantesimo. Più laicamente, questa chiusura è stata chiamata in tempi ancora recenti “piccoloborghese”.
Nel mio singolare caso, il mio affare principale da imprenditore, e così per Raffaella Colombo e Altri, è stato dapprima la psicoanalisi, poi la medesima sussunta in un’impresa maggiore, la “Società Amici del Pensiero” (SAP), dalla quale la psicoanalisi risulta come derivato (non una Weltanschauung).
Conosco persone ostili a una tale impresa:
come Weltanschauung o Teoria la sopporterebbero di più, perché con questa sistemazione l’avrebbero già vanificata, con lo stesso metodo con cui il cattolicesimo è stato vanificato proprio sistemandolo come Religione.

[5] Per esempio, ma non solo, quella delle “nozze mistiche”, implicante pedofilia.

[6] Una parola però ne dico: dovrebbe comportare che nel coniugio uomo o donna saranno ancora più single di prima, ossia il con–iugio come rapporto o partnership per il profitto, non fusione (nella partnership i partner sono tanto più single quanto più sono partner).
Basta con l’idea stupida che l’amore (figuriamoci il sesso!) sarebbe fusione – sono stufo di questo vaudeville “cattolico” –, e con l’idea criminale della fusione madre–bambino, che condanna a vita il figlio.
Restiamo fissati al generale errore tautologico per cui “amore” significa … amore (e così via, “fede” significa fede, “padre” significa padre, …). Quando si domanda che cosa significhi “Dio ama”, si sente rispondere che ama–ama–ama–ama–ama– …, cose da sbattezzarsi!: io però non mi sono sbattezzato.
Gesù era uscito dalla tautologia: noi cristiani ci siamo rientrati.
Posso così distinguere tra matrimonio civile come deposito infruttifero (e decrescente data l’inflazione), e sacramento come titolo fruttifero (ma non sono i figli i frutti, si sa che i frutti si mangiano o si vendono). Se “sacramento” allora conferimento o acquisizione di una potestas.
Nella letteratura il solo Shakespeare, nella Bisbetica domata, si è avvicinato all’idea: Caterina, diversamente dalle altre “bisbeticamente” fissate ai termini del contratto civile, riconosce al suo sposo l’uso continuato (usufrutto) di lei come titolo fruttifero (nel caso particolare lasciandosi convocare), potestas senza violenza quantunque legalizzata (non rimprovero a Shakespeare di non avere contemplato la reciprocità).
Conosco una conseguenza di ciò che dico: il numero di matrimoni sacramentali ammissibili diventerebbe minimo e solo su domanda (giusta il detto “molti i chiamati, pochi gli eletti”). Terminerebbe così l’epoca plurisecolare in cui il sacramento è stato il must fiscale di una burocrazia spirituale.
Farò tale domanda, che né a me né a nessuno è stato consentito di fare.

[7] Dal quale assumo l’idea principale, che fa giustizia del più antico errore del pensiero umano, acriticamente condiviso da tutti cristianesimo compreso:
ossia che nell’uomo ci sarebbe dell’animale, o dell’istinto (di conservazione della specie o sessuale o “concupiscenza”, e di conservazione individuale):
vedi “animale razionale”, “animale politico”, “animal grazioso e benigno”.
La natura umana come natura è in sé frigida e inappetente (l’anoressia si avvicina molto a un tale “stato di natura”, e così le droghe).
Gli appetiti
– senza più distinguerli tra alti e bassi, ma solo tra sani e perversi, soltanto umani anche questi ultimi –,
sono solo umani ossia im–mediatamente intellettuali cioè sollecitati–chiamati da un altro (è ciò che definisco “regime dell’appuntamento”, cui si viene o da cui si s–viene).
Quelle Teorie “paradisiache” che configurano un’umanità priva di appetiti se non “celesti”
– ossia configurano un uomo privo di effettività nella terna solidale sensibilità–motricità–pensiero avente il rapporto come sua Costituzione –,
aspirano alla “pura natura” cioè alla morte come unico “aldilà”.
Lasciato cadere tale errore o Teoria (debitrice del “peccato originale”), l’intero pensiero si rinnova, anche riguardo al collegarsi di uomo e donna, finalmente liberi dal fanatismo sessuale nelle sue opposte versioni morali:
Freud osservava la generale “sopravvalutazione” dei sessi, che finché non sanata trova soluzione solo nella morte. Non mi stupisce che qualcuno trovi consolazione logica nel “Nirvana”,  ma questo non mi pare essere l’offerta di quel cristianesimo cui faccio riferimento.

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