L’OMOSESSUALITÀ PURA DI U. VERONESI

Devono valere gli argomenti non i presupposti, e U. Veronesi ne ha appena portato uno:
ha recentemente detto (Corriere, 24 giugno 2011) che l’amore omosessuale è “più puro, al contrario di quello eterosessuale orientato alla riproduzione”.

Premetto che avverso ogni presupposto, sia quello della “purezza” kantiana che ammette anche i Lager, sia quello della “purezza” pretesca che non ammette purezza nella penetrazione nel corpo femminile se non a certe condizioni (da qualche tempo “L’Amore” come l’alto che riscatta il basso).

Fin da ragazzo l’idea di un “istinto di riproduzione della specie” (di cui siamo gli “zimbelli”, protestava A. Schopenhauer) mi dava repulsione, ma non per questo sono diventato omosessuale, e fin da liceale consideravo, benché molto castamente, baciabili in ogni senso le mie compagne, pur essendo ben informato senza obiezioni del possibile concepimento.

La mia prima esperienza sessuale che ricordo con soddisfazione è quella in cui l’idea della riproduzione era presente esclusa, per la prima volta si affacciava in me l’idea, neppure di onorare il corpo di una donna, ma di onorare una donna anche nel suo corpo, in questo caso con indubitabile reciprocità:
non è poi diverso da quello che le tributo facendole visita nella sua abitazione, o apprezzando le sue parole avendo cura delle mie ad esse relative e reciprocamente.

In assenza di quest’ultimo caso pratico l’astensione sessuale più di un monaco, insomma sono un fan di Salomone e Regina di Saba:
apprezzo quel breve racconto biblico perché in esso il redattore neppure sente il bisogno di fare cenno al fatto che hanno fatto l’amore, e non per pruderie ispirata:
ad eventuali marmocchi non hanno neppure pensato:

certo ci vuole sovranità, di cui nessuno dei due mancava.

E ciò è purezza, del resto da anni dico che una vergine è quella che non ha obiezioni di principio al suo amante, né l’uno né l’altro persi nella più demente delle ideologie, quella del valore imeneale come perimetro del sacro vaginale.

Non mi si parli di amore senza l’onore, che è anzitutto un atto del pensiero:
è un inganno morale dire di far“lo” per amore, mentre ha senso solo il farlo come onore, ossia il più censurato dei pensieri, perfettamente esente dall’idea di istinto.

Segnalo ancora il truismo che nella prostituzione fa sesso il solo cliente, la prostituta se ne infischia, potrebbe anche giocare a carte (come è bene e comicamente illustrato nel film Irma la dolce, Billy Wilder 1963, già citato da me).

La mia unica riserva sull’omosessualità pura (kantiana o pretesca) è puramente patetica, ossia non sa che cosa si perde, in onore prima che in sesso:
l’omosessuale è clericale, fa-a-meno, la sua è una purezza privativa differente dall’impurità additiva (coatta) dell’eterosessuale, sempre e solo blindato rispetto all’omosessualità (una verità che la cultura gay sa bene).

Giudico l’omosessualità pura un caso particolare di senso del sacro.

Ad ogni modo U. Veronesi facendone una questione di purezza
− dal pensiero coatto e come tale impuro della riproduzione, che peraltro è lì per giustificare in un fine “superiore” l’impurità della trans-gressione nel sacro femminile:
sarà poi il bambino a pagare questo valore aggiunto −,
conviene con me che l’omosessualità è un fatto di pensiero, senza determinazioni che non siano di pensiero.

mercoledì 13 luglio 2011

 

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