ORGOGLIO E UMILIAZIONE. LA SCUGNA

Ho parlato recentemente dello scugnizzo, in cui mi annovero come il bambino di strada che non ho mai lasciato.

“Scugnizzo” è da “scugna”, quella trottola (strummolo, gr. strombos) di legno pieno con punta di acciaio che si faceva girare con un lancio sul selciato strappando al momento opportuno una cordicella arrotolata intorno alla superficie conica e legata al dito indice da un anello a nodo.

Vi ho giocato per tre estati dai sette ai nove anni, raggiungendo un’abilità di cui provavo un orgoglio che ricordo e mantengo identico in nuove imprese.

La prima virtù non era la scugna ma la strada, dalla quale rincasavo appena per sentirmi apostrofare da mia madre come “il pensionante”:
ammiro Luigi XIV per avere fatto di Versailles una specializzazione della strada, come lo studio di Freud, e così vorrei il mio eremo.

Quei miei anni erano quelli di Milena-tira-la-catena, canzonatura crudele di noi bambini verso una bambina che pretendeva di fare pipì in piedi come noi:
anni dopo, ormai orientato alla psicoanalisi, me ne sono ricordato senza più crudeltà, collegandola con il suo corrispettivo in noi maschietti (collegamento già fatto da Freud).

In quell’orgoglio non ero in cerca di plauso, non mi facevo oggetto di sguardo, avevo la sorpresa non stupita di una meta (non una performance, priva di sorpresa per l’attore anzitutto).

In questo orgoglio d’infanzia siamo stati umiliati, per lo più senza riscatto, e poi propaghiamo l’umiliazione come un virus.

Il “discorso universitario” di J. Lacan è identico nei colti e negli incolti:
odia le sorprese.

Riconosco il medesimo orgoglio nella mia riuscita in una frase ben fatta, in cui io stesso sono sorpreso da un frutto non già previsto.

giovedì 12 maggio 2011

 

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