MAMMA, MONSTRUM HORRENDUM

Sabato domenica 28-29 maggio 2011
in anno 155 post Freud amicum natum

 

Il nostro intelletto non è quasi mai all’altezza di riconoscere che ci sono volgarità letterarie come la canzone Mamma di C. A. Bixio e B. Cherubini 1940, cantata da Beniamino Gigli Claudio Villa Luciano Tajoli Nunzio Gallo Luciano Pavarotti, il cui potere sugli intelletti è superiore a quello dell’opera di Omero e Shakespeare.

Ecco alcune chicche volgari quanto la parola “chicca”: “Mamma, son tanto felice/perché ritorno da te.”

“Mamma, solo per te la mia canzone vola”.

“Sei tu la vita/e per la vita non ti lascio mai più!”,
eccetera (brrr!),
e poi “la voce” o allucinazione uditiva, “la ninna nanna d’allor” o delirio, “i miei ricciolo d’or” o l’oggetto naturalmente “bello” come ogni “scarrafòne”.

L’Oggetto “Mamma” ha occupato il territorio del nostro pensiero come una Potenza occupante anche il pensiero delle donne con figli:
lo ha fatto come il “Monstrum horrendum, informe, ingens, cui lumen ademptum” di Virgilio in Eneide III, 658 designante Polifemo.

Orrendo appunto perché:
informe o senza forma per tutti, ingens o fuori misura, cui lumen ademptum o privo di luce cioè di intelletto o forma propria, dunque radicale e diffuso idiota idiotizzante.

Prima di chiedersi come ha fatto, questo monstrum impersonale, a occupare, si tratta di costatare che ha occupato.

Ho già osservato che nella letteratura solo Medea (conosco solo poche altre eccezioni) è stata all’altezza intellettuale di rifiutarsi alla propria riduzione, o almeno contaminazione, come Mamma.

Trattengo le molte altre annotazioni che ho appena raccolto.

 

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