L’INCONSCIO CINESE, GIAPPONESE, ARABO, INDIANO, LAPPONE …

Scrivevo ieri che la distinzione tra affetti e emozioni non è di scienza ma di civiltà
− idem per Cognitivismo e Comportamentismo, che prendono il posto della religione nel sedare l’angoscia −:
le seconde si acquisiscono al supermercato, ossia cinema, televisione, canzone, narrativa, giornalismo, e anche da conoscenti che le hanno già acquisite per primi, a volte con tocchi di personale “creatività” nella drammatizzazione (attenzione alla “bufala” della creatività):
noto che il supermercato è libero.

Proseguo.

Per anni le mie tolleranti orecchie hanno dovuto tollerare “dotti”(-ignoranti) discorsi su questi “diversi” inconsci, cinese eccetera:
ho appena osservato che l’“inconscio”
− il pensiero esiliato che si arrangia (italianissima parola) ossia elabora un compromesso per riasserirsi −,
è sempre napoletano o, per non fare torto a nessuno, siciliano, o più generalmente terrone:
la parola “terrone” è inconscio purissimo, infatti è compromesso linguistico con “terreno”, la terra da cui l’Idea o Ideale ci ha esiliati.

Non c’è neppure un inconscio ebraico, anche se so che ci voleva un ebreo, Freud un terrone plurimillenario, per scoprire il pensiero nello stato detto “inconscio”.

Come pure, ci voleva proprio un ebreo per fare il passaggio dialettico da una regione quantunque privilegiata all’universo, o al Padre, senza perdersi con “Dio” (come invece hanno fatto i cristiani).

In generale, si osserva che gli ebrei sono piuttosto dotati nell’acclimatarsi a ogni habitat dell’universo senza perdere un tratto distintivo:
che Freud connotava come affettivo, non emotivo (Ai membri dellAssociazione Bnai-Brith, 1926).

venerdì 6 maggio 2011

 

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