FINE (OMICIDIO) E MEZZO (PARTNER)

Riprendo da SpA coniugale di venerdì 20 maggio, in cui non ho esplicitato il kantismo come sadismo (Freud, J. Lacan).

Non è difficile:
definita “morale” da Kant ogni azione pura da interesse e passione, e dunque indipendente da ogni morale positiva (per esempio i Dieci comandamenti che dicono di non ammazzare), aveva ragione Adolf Eichmann a definirsi kantiano:
non dico che I. Kant è nazista, bensì che il Nazismo è kantiano:
ma tutta la Modernità odierna non lo può neppure pensare, e questa è la sua pecca.

Un noto giurista italiano di sinistra (per chi non lo sapesse ho votato Pisapia) ha recentemente fatto in TV un’entusiastica apologia del kantiano “l’uomo come fine e non come mezzo”:
c’era cascato anche lui come qualsiasi ingenuo.

“Mezzo” non significa affatto schiavo né oggetto (qui Kant è stato criminalmente astuto):
benché possano darsi casi-limite di schiavitù salutare, per esempio in Schindlers List, in cui molti ebrei vengono salvati proprio perché momentaneamente trattati come schiavi cioè utili (interesse):
nel film stesso questa idea è definita come eresia dal punto di vista nazista.

Uno storico noto ha fatto osservare che il Nazismo puro, quello di Hitler, non era antisemita ma peggio:
vero che molti Nazisti erano passionalmente, e anche ottusamente, antisemiti, ma per Hitler gli ebrei erano una razza pura, che doveva venire liquidata proprio e solo per lasciare il posto a un’altra razza ugualmente pura, la delirata razza ariana:
imitato il modello, bisognava disfarsene:
nella “soluzione finale” gli ebrei erano concepiti come fine.

Lo dico più facilmente:
se uccido qualcuno per rapinarlo, egli è mezzo per il fine del mio arricchimento:
ovviamente è un delitto ma, se il criminale è un professionista, perlomeno non andrà in giro ad ammazzare gratis, e io non lo dovrò temere:
ma radicalmente distinto è il caso dell’uomo-fine quando il mio fine sia uccidere:
in questo caso uomo-fine significa che lo ucciderò, spassionatamente e disinteressatamente.

Lo dico ancora a proposito dell’amore:
non “Ti amo” (= ti ho come fine) bensì “Amo a te”, ossia la mia azione è tale che ridonderà anche a tuo profitto:
Lacan giocava bene con le parole avvicinando tutoyer (dare del tu) a tuer (uccidere), e facendo la quasi omofonia di tu es (tu sei) con tuer (uccidere):
sono sicuro che “Dio” diffida dei mistici che gli dicono “Tu sei”.

L’Inferno medioevale (torture eterne) è un caso di uomo come fine (quello di torturarlo).

Allorché un genitore concepisce l’amore come l’avere i figli come fine, a questi resteranno ben poche speranze:
badi piuttosto a fare affari, che ricadranno sui figli non come macigni bensì come eredità.

L’astuzia kantiana è il grave equivoco tra “mezzo” come schiavo aut come partner:
Kant è intollerante del partner, insinuandone la servitù:
parlerei di diffamazione filosofica.

Tutta la psicopatologia è variamente obiezione all’essere o avere partner.

Attenzione all’educazione (ancora Kant) che ha l’uomo come fine.

lunedì 23 maggio 2011

 

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