LA PASSIONE DELL’ULTIMO DEI CRISTIANI

Lo ha detto Maria Delia Contri, e io sottoscrivo:
l’ultimo dei cristiani è morto in croce.

Vero che ce lo hanno messo degli Ebrei, ma non basta dire che non sono stati “gli” Ebrei, perché si è trattato di un gruppo di Ebrei ellenizzanti:
poi la fissa della crocifissione è continuata per venti secoli ad opera di ellenizzanti sempre meno Ebrei, e sempre più antisemiti.

Infatti doveva essere insopportabile uno che diceva che l’albero, ossia l’ente (“ontologia”), non si giudica dall’ente ma dal frutto (economia), tutt’uno con l’ammonizione “Non chi dice Signore Signore …”:
il giorno dopo si è ricominciato con ente e mistero, e siamo ancora qui.

Presto commenterò l’eccellente lavoro di Raffaella Colombo sull’ontologia infame e crocifiggente di F. Suarez.

C’è stata sì una passione in cui Gesù è stato appassionato, ma quale?, certo non quella liturgicamente nota con questo nome.

Questa è bensì narrata, ma è stata la tentazione e sola tentazione di Gesù:
la tentazione di Gesù non è stata quella del deserto,
− e tanto meno quella della donna, in cui l’unica tentazione è quella di credere che esista “La Donna” −,
perché nel deserto si è trattato solo della comica sceneggiatura dialettica di un regolamento di conti, puntini sulle i.

La passione-passività della sofferenza è tentante perché, insieme al dispiacere, pone in modo esclusivo e assoluto il corpo al centro dell’universo, come una volta la terra tolemaica, puro oggetto, fissazione, insomma narcisismo con la relativa demenza, il fallimento come unico successo:
Gesù aveva dunque ben donde dire “passi da me questo calice”, e di volere momentaneamente passare la mano (“non la mia volontà …”), evitandosi la schizofrenia per appello al Padre.

Il cristianesimo l’ha fatta grossa proponendo il dolore come salvifico, fino al “buon dolor” dantesco:
la pena del diritto penale non è affatto correttiva, purgatoria, come non lo è il “Purgatorio” penalistico della concezione medioevale:
ho già scritto che la Psicoanalisi è un sensato purgatorio perché senza pena alcuna.

Non c’è dubbio che Gesù ha avuto una passione-passività, desiderio, quale?:
è l’umanità stessa, sensibilità-motricità-pensiero, qualsiasi “cosa” ci fosse prima, cioè quell’indeterminatissimo “Dio”, o il “logos” poi sulle gambe, quelle che fanno del logos una cosa seria:
l’umanità è diventata il suo eccitamento-spinta-vocazione (Drang), vocazione di lui come soggetto agente (Quelle) per un operare (Arbeit) a meta (Ziel), senza l’ingombro dell’oggetto (Objekt):
umanità come passione in vista della sua conclusione come successo o soddisfazione, esente dalla diseconomia masochista così tentante nella storia “cristiana”, con le sue derive sadiche e feticiste, in particolare pedofile.

Indipendentemente dalla credenza, se Gesù ha qualche interesse ovvero se ha qualcosa della salus (il latino designa inseparabilità di salute e salvezza), ciò consiste nella rivoluzione della concezione dell’uomo (e dell’amore versus innamoramento):
a fronte del tradizionale considerare l’uomo
− da parte del pensiero comune (enigma della sfinge, vaso di Pandora) come pure della tradizione filosofica antica (Platone, Budda) −,
come una pena da sopportare in una gestione appena passabile e magari colta del fallimento, Gesù si presenta come aspirante a diventare uomo e a restarlo attivamente con soddisfazione in saecula saeculorum, ossia l’impensato radicale dei secoli.

In lui l’occulto di un indeterminato “Mistero” − detto anche “Dio”, ma perché non originario Big Bang dello spirito? − non designa che un ante-fatto che trova la sua salus nel fatto di accadere come uomo concludente cioè soddisfatto:
Gesù ha salvato “Dio” per mezzo dell’umanità riproposta per la riuscita vincolando la soddisfazione, come Freud, a sensibilità-motricità-pensiero.

Per molti anni della mia vita ho rispettato e perfino amato un uomo che, con rigore degno di miglior causa, al termine della sua vita riusciva ormai soltanto a pronunciare la parola “Mistero”, morendo in odore di psicosi:
gli sono stato amico inutile nel suo percorso progressivamente opposto al mio, in una prospettiva occultista-swedenborghiana.

Conosco abbastanza bene Gesù (testi) per sapere che senza questa certezza (“ascensione”) non si sarebbe nemmeno dato la briga di risorgere
− senza ascensione come desiderio la resurrezione sarebbe stata solo un puerile miracolo divino −,
perché solo un imbecille sarebbe rimasto uomo:
anzi, nemmeno la briga di cominciare, e avrebbe continuato a fare il Poverodio in attesa di Freud:
d’altra parte non me lo vedo Freud senza un tocco di Gesù.

Buona Pasqua 2011.

(riprenderò martedì 26 aprile)

giovedì 21 aprile 2011

 

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