LA BAGÒDA

Faccio uso, con simpatia ma senza autocompiacimento per una facoltà generica, di un fatto d’infanzia di cui non ho ricordo ma solo l’informazione ricevutane dai miei genitori:
all’età di quattro anni chiamavo la vacca, chissà perché, “bagòda”, un’invenzione grammaticale.

Non mi risulta che i miei genitori si siano persi nel compiacimento per il loro inventivo caro frugoletto, ed è stato un bene perché la mia inventiva era appunto un semplice caso di facoltà generica, e già adulta nel senso di superiorem non recognoscens:
un adulto sarebbe veramente adulto se recuperasse la facoltà già presente nell’infanzia:
ma non lo fa, e ciò rende infantile lui.

Con o senza N. Chomsky, e all’occorrenza contro di lui, ho più volte osservato che a due anni di vita il bambino ha superato Mozart due volte.

L’eventuale sorrisino compiaciuto dei miei genitori sarebbe stato un caso offensivo di “amore” oblativo sadico, o “formazione reattiva”, infantilismo loro per infantilizzare cioè ammalare me:
perversione come sconfessione della mia facoltà linguistica, già adulta come tale.

Da “grandi” con la lingua non ci si permette più niente.

Quante volte ho visto sorridere così!

Faccio l’analista da molti anni, ma quasi mai ho visto riconoscere la formazione reattiva, sottomissione della nevrosi alla perversione.

martedì 5 aprile 2011

 

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